Nel 1905 Freud scrisse un saggio sull’umorismo dal titolo: “Il motto di spirito“. In estrema sintesi la sua idea è che contenuti inconsci nascosti, solitamente aggressivi o sessuali, possono essere espressi dal soggetto nella comicità attraverso meccanismi vari quali condensazione, doppio senso, spostamento senza  provocare sofferenza interiore. Se vogliamo esprimere queste emozioni con la normale comunicazione corriamo il rischio di soffrire noi e fare soffrire i nostri interlocutori in quanto si appalesa un contenuto aggressivo o sessuale che può disturbare. L’arte del motto di spirito è tale da risparmiarci questa sofferenza. L’ilarità deriva da questo risparmio di energia psicologica.

Proviamo a fare un esempio: una bimba chiede alla madre: “Cos’è un orgasmo?” lei risponde: “Che ne so… chiedilo a tuo padre!”. Questa battuta esprime una sofferenza sotterranea della signora che presumiamo abbia difficoltà con un marito che non la soddisfa. L’effetto penoso che sarebbe emerso se avesse risposto in modo non umoristico viene risparmiato a lei stessa, a chi l’ascolta e anche allo stesso marito  per cui scatta la risata. La signora, inoltre, ci appare su un piano superiore rispetto alla sua difficoltà.

In effetti chi ha capacità di esprimersi con arguzia e comicità si situa in una situazione di superiorità rispetto agli interlocutori che, poverini, subiscono gli eventi della vita. Freud nel suo libro portava l’esempio del condannato a morte che si avvia al patibolo di lunedì mattina e che esclama: “Comincia bene questa settimana!”. In alcune corti l’unico personaggio che poteva confrontarsi, attraverso la sua arte umoristica, col potente sovrano era il buffone.

Anche nel caso del ridicolo scatta l’ilarità, ma c’è una importante eccezione. La persona oggetto dello scherno non si diverte perché a lei non è risparmiata la sofferenza. Spesso anzi il ridicolo accentua e acuisce la pena, provocando umiliazione e senso di inferiorità.

Facciamo un esempio: “Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento ….” Questa frase pronunciata dal ministro della Pubblica Istruzione ha certamente suscitato, tranne che all’interessata, molta ilarità.

Fatte queste premesse  sulla rilevante differenza fra comico e ridicolo vorrei proporre alcune domande riguardanti l’attualità politica, sulle quali intessere la discussione:

1.  Un comico entra in politica e deve abbandonare il suo linguaggio comico, che come abbiamo visto, lo poneva in un’aurea di superiorità  per adottare quello politico che, per definizione, è conflittuale e ansiogeno (in politica si discute della vita e della sofferenze delle persone ponendo questioni spinose come ad esempio se sia possibile avere un figlio tramite certe pratiche di procreazione assistita).  Che rischi corre abbandonando il suo linguaggio comico abituale? Può generare ansia?

2. Un politico, per un vezzo di malcelata superiorità, usa da sempre le barzellette come un proprio bagaglio personale di cui fare sfoggio. Vuole a tutti i costi, anche forzando i protocolli e le norme delle riunioni, fare lo spiritoso. Addirittura veniamo a sapere che paga delle ragazze perché queste vadano nella sua casa ad ascoltare le sue storielle. Questo atteggiamento può sfociare nel ridicolo?

3.  Un politico refrattario alle barzellette, alla comicità e al motto di spirito viene prima garbatamente preso in giro da un comico per le sue stravaganti metafore poi invitato a fare assieme alcuni sketch. Si presta a ciò forse per mitigare la sua immagine troppo compassata di grigio burocrate della politica. Prevalgono le opportunità di situarsi sul livello comico, e quindi di superiorità, o i rischi del ridicolo con l’umiliazione conseguente?

Se qualcuno pensa che queste domande siano solo elucubrazioni mentali tenga presente che nella recente campagna elettorale americana il comico e il ridicolo hanno avuto una certa influenza per alcuni rilevante. Mitt Romney ha compiuto una serie di gaffe affermando: “La Siria è la sola alleata dell’Iran nel mondo arabo. E’ la loro strada al mare”, e in un’altra occasione: “i poveri….. una parte di cui non mi curo, perché non li convincerò mai”.  Barak Obama in modo spiritoso ha affermato: «Prima sono andato a fare un po’ di shopping in centro. Romney in­vece si è comprato qualche nego­zio in centro» alludendo alla grande ricchezza del rivale. Non voglio certo affermare che le elezioni si vincono o si perdono per il comico o per il ridicolo ma attestare che questi due stati d’animo determinano l’immagine dei leader come inferiori o superiori rispetto agli eventi della vita.