Qualcuno l’ha vista come una diretta conseguenza dall’intervento della Littizzetto a Che tempo che fa e quindi come un tentativo di censurare preventivamente possibili spunti satirici un po’ decisi, ma a me l’ipotesi di spostare a marzo il Festival di Sanremo dopo la data delle elezioni sembra una cosa di grande buon senso. Anzi, dirò di più: vorrei vedere un festival il meno contaminato possibile dai discorsi sulla politica. Nelle ultime due edizioni, in virtù di questa contaminazione si sono toccati vertici di assurdità assoluti.

Due anni fa i bravi Luca e Paolo si sono visti costretti a proporre qualche momento di satira sulla sinistra perché nelle puntate precedenti avevano preso di mira soprattutto il centrodestra: una par condicio, meglio, un manuale Cencelli della satira. Con quali esiti sul piano artistico, potete immaginare.

L’anno scorso tutta l’attenzione fu monopolizzata da Celentano, dai suoi discorsi sui massimi sistemi, dal suo attacco alla stampa cattolica. Ospiti, cantanti, canzoni, vincitori e vinti, su cui si poteva anche imbastire qualche discorso interessante, cancellati, dimenticati in nome della filosofia celentaniana. Qualcuno si ricorda chi ha vinto il festival? Tutti ricordano solo l’intervento di Celentano e i suoi sviluppi, i commenti, il dibattito andato avanti per settimane, occasione buona per riempire ore e ore di inutile televisione.

Ecco, vorrei che queste situazioni, che si autodefiniscono esempi di democrazia e che invece sono solo pretestuose messe in scena di un confronto non si capisce bene su cosa, sparissero. Vorrei vivere in un paese normale, un paese dove i discorsi sulla libertà di stampa (e su altri grandi problemi) si fanno nelle sedi e nelle occasioni opportune e che dal Festival di Sanremo si aspetta solo divertimento e belle canzoni. Ricordando sempre che con e sulle canzoni si possono dire cose intelligentissime e importanti. Se poi c’è qualche comico che riesce a far ridere, magari senza dover scegliere l’oggetto della sua comicità in base alla par condicio, ben venga.

Vorrei un festival a marzo, con le elezioni fatte, digerite e dimenticate, in un paese non più ossessionato da certe presenze politiche e dove i politici non hanno più bisogno di andare a Sanremo a cantare il loro programma come fece Bossi con Mino Reitano. E, infine, vorrei che fosse giusta la mia prima impressione positiva, che si realizzassero gli auspici che traggo dalle prime reazioni all’annuncio delle canzoni in gara da parte di Fabio Fazio. I primi e, per ora, gli unici a intervenire sul tema delle presenze e delle esclusioni dei cantanti e degli autori sono stati, com’è logico e normale, cantanti e autori, come Albano  e Mogol, e non Giovanardi. Vuoi vedere che ci stiamo avviando verso la normalità? Tocchiamo ferro e avanti così.