Ancora Salman Rushdie mi suggerisce associazioni e mi stimola con il suo racconto autobiografico. 

E intanto, a questo punto, permettetemi di consigliarvelo: ‘Joseph Anton’, Mondadori, bellissimo. In esso viene evidenziata, nella sua mostruosa persistenza, la cattiveria meschina di parte della cricca intellettuale, dell’uomo comune, dei giochi politici e delle teocrazie, e pagina dopo pagina non ci si riesce ad assuefare al ciclico rinnovarsi della situazione grottesca in cui si venne a trovare, poiché, pur nella sua banale ripetitività, non cessa di stupire episodio dopo episodio.

Ha la bella prosa della narrativa ma colpisce come un aspro resoconto di cronaca nera, senza indulgere in sentimentalismi e in auto-commiserazioni (la sua vita dopo ‘I versi satanici’, a pensarci a ritroso, fu all’insegna dell’onestà intellettuale più dignitosa e esemplare, sia verso i propri stessi riguardi sia verso il mondo esterno, e la lettura del libro aiuta a ricordarsi di non perdere questa consapevolezza dando valore al concetto di ‘memoria storica’, in genere così poco tesaurizzato).

A pagina 393 c’è un passaggio sottilmente divertente nella sua spietata auto-ironia. Rushdie ha da poco ricordato che la sua prima moglie Clarissa, mamma del loro figlio Zafar, ha scoperto di avere un nodulo al seno. Essendo in ottimi rapporti la notizia è devastante anche per lui. Scrive dunque (ricordo sempre che il libro è concepito in terza persona singolare, e che dunque ‘egli’ equivale a lui stesso): “In preda allo sconforto, si sfogò con Elizabeth. Si passa metà dell’esistenza a lottare per un posticino al sole, e quando ci si riesce dopo cinque minuti si viene di nuovo trascinati verso le tenebre. E si muore. Non aveva nemmeno finito di pronunciare quelle frasi che sentì la voce del personaggio Flory Zogoiby, la madre di Abraham nell’Ultimo sospiro del Moro, che diceva la stessa cosa. C’è un limite alla mancanza di vergogna dell’immaginazione letteraria? No, nessun limite.”

L’Ultimo sospiro del Moro è il libro che in contemporanea, in quei giorni narrati, stava scrivendo, e dunque ci viene confessato un peccato di apparente poco buon gusto dell’immaginazione al lavoro in una mente creativa. Magari qualcuno ricorderà la battuta che riportai di Nabokov a riguardo della vignetta dello spazzacamino che cade da un edificio e che, andando a capofitto verso la sua fine, nota un errore ortografico di cui non si era mai accorto in una insegna. Siamo da quelle parti: i già citati ‘a parte dello spirito’. Non temo la ridondanza nel ri-riportare le sue parole a commento, perché per me bellissime e degne di essere apprezzate dai più: “Questa capacità di interrogarsi sulle inezie – indipendentemente dall’imminenza del pericolo – questi a parte dello spirito, queste note a piè di pagina nel volume della vita sono le forme supreme della consapevolezza, ed è in questo stato infantilmente speculativo, tanto diverso dal senso comune e dalla sua logica, che sappiamo che il mondo è buono”. Si parla di bontà del mondo, ed ecco perché non mi stanco di ripetermi.

Ma a una prima reazione, sensata, si potrebbe obiettare: “Bontà del mondo? Rushdie si mette a pensare alle sue favole mentre la sua prima moglie annuncia un tumore al seno! Dov’è la bontà in tutto ciò?” Vero, si potrebbe obiettare così. Ma quasi in contemporanea si dovrebbe comprendere che l’immaginazione propone, giustappunto, un semplice ‘a parte’ nel volume della vita, e questo, subito dopo, tornerà a avvicendare a una a una le sue stesse pagine e Rushdie si metterà immediatamente a pensare a come rendersi utile per sostenere la donna (come a dire: nei casi di necessità la praticità avrà senz’altro il sopravvento sui viaggi volatili della mente). La finezza di Nabokov è dunque nel cogliere in un lampo dell’esistenza la speculazione infantile che coincide con la forma suprema della consapevolezza, ben lontana dal senso comune e dalla sua logica, e con l’incapacità strutturale di partorire le malizie della cattiveria.

Ma altre associazioni mi suggeriscono le parole di Rushdie…

La questione legata alle scorribande della fantasia genera negli scrittori un tipo di problematiche sicuramente curiose, e, spero, per qualcuno anche interessanti. 

Lessi una volta una intervista al grande Neil Young (uno dei miei idoli): a un certo punto colse l’occasione per ringraziare sua moglie che in tanti anni di coesistenza aveva saputo lasciare vivo e inviolato il suo spazio creativo, mai volendo interferire e mai chiedendo nulla a riguardo delle cose da lui scritte, qualsiasi esse fossero.
In Russia si dice che esista la categoria ben precisa delle mogli dei grandi scrittori – un genere umano definito e particolare, per così dire – che assolve lodevolmente al compito di accudire le peculiarità dei mariti, le loro ‘assenze’, il loro bisogno di privacy e il loro bisogno di spazi al riparo da domande o ingerenze fuori luogo, sopportando e anzi supportando più del normale le stringenti pretese di esclusività della Musa.

Questo per dire del bisogno di libertà dell’artista, ovvero del suo bisogno di poter scrivere di ciò che gli passa per la testa censurato unicamente dalla sua stessa arte e dal suo buon gusto (che per me coincide con lo stile e l’assenza di banalità e volgarità gratuite).

E per dire, in aggiunta, degli eventuali problemi qualora intorno a lui non ci fosse un certo speciale tipo di riserbo. Non è così scontato, no? Ci avevate mai pensato su?

Al riguardo mi viene in mente un pezzo, e non so bene perché proprio lui: ‘Non sai fare l’amore‘, di Ornella Vanoni. Potete leggervi il testo in rete, facilmente trovabile ovunque con una rapidissima googlata. Chissà chi era quell’uomo così inetto a letto… Magari qualcuno con cui la Vanoni era stata vista più volte in giro? E quanta libertà si era presa per sputtanare quel tale, nonostante la leggerezza del cantato faccia pensare a un innocuo divertissement? Evidentemente tanta, come pare giusto che fosse, se aveva bisogno di scrivere quel tipo di testo; ma capite bene che avrebbe anche potuto non essere così scontato che lei se la prendesse… Ok, probabilmente non le importava nulla di quell’uomo che le regalò una semplice scopata poco memorabile (o addirittura il tutto fu semplicemente inventato), ma il senso della questione in generale rimane.

Ps: un sorriso come questo :) a un buon ottanta per cento degli autori e delle autrici dei commenti al mio precedente post, con strizzatina d’occhio.

 

Orizzonti

“Con la mia poesia voleremo senz’ali:

noi poeti sappiamo intenerire e mentire.

Sono solo barriere di spessore morale,

ma la carne è debole”

testo: Cristiano Godano
musica: Cristiano Godano, Luca Bergia, Riccardo Tesio
(C) 2010 Sony Music Entertainment Italy S.p.A. 
dall’album ‘Ricoveri virtuali e sexy solitudini’ – Sony Music Columbia