Per un direttore che se ne va sbattendo la porta, ce n’è un altro che arriva in punta di piedi. Il teatro di Reggio Emilia dal 13 dicembre ha un nuovo direttore artistico, Gabriele Vacis, regista, autore televisivo e cinematografico, drammaturgo, architetto. Subentra dopo mesi travagliati di discussione tra il sindaco Graziano Delrio e l’ex direttore artistico Daniele Abbado, che ha rassegnato le dimissioni con due mesi d’anticipo sulla fine del contratto.

Il regista, da dieci anni a guida della Fondazione I Teatri di Reggio Emilia ha duramente attaccato la giunta, scrivendo in una lunga lettera di dimissioni: “Per cosa dovrebbe venire punito il Teatro? L’unica risposta che trovo è nell’indipendenza della linea culturale portata avanti dalla Fondazione”. Delrio ha rispedito al mittente le critiche parlando di una scelta concordata, motivata non dà un disagio verso l’operato di Abbado, ma sulla necessità di aprire un nuovo ciclo: “Non era e non è un giudizio negativo sul suo lavoro che abbiamo sempre apprezzato: è semplicemente la chiusura di un ciclo e l’apertura di uno nuovo. Esattamente come succede per i sindaci”.

E in una Reggio Emilia che ancora smaltisce il clima da campagna elettorale da primarie con Delrio al fianco del rottamatore Matteo Renzi, l’arrivo di Vacis fa sorridere i maligni. Il regista è infatti tra i fondatori della scuola Holden di Alessandro Baricco, lo scrittore renziano per eccellenza. Un giro di chiacchiere che dura lo spazio di un caffè, non appena si apre il curriculum del regista torinese. Fondatore della Cooperativa Laboratorio Settimo, acquisito nel 2002 dal Teatro Stabile di Torino, qui svolge l’attività di regista. In Italia è conosciuto per la regia di numerosi spettacoli, da “Libera nos” ispirato alle opere di Luigi Meneghello fino a “Totem. letture, suoni, lezioni”, con Alessandro Baricco. È inoltre autore con Marco Paolini degli spettacoli “Adriatico”, “1987”, “Liberi tutti”, “1991” e “Il racconto del Vajont”. Dal 1987 è insegnante alla Scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano. 
 

Un percorso trasparente per diventare direttore artistico della fondazione I Teatri di Reggio Emilia: curriculum e colloquio, come non si vede molto spesso.

“Il primo a parlarmi di Reggio Emilia è stato il violoncellista Mario Brunello. La cosa che mi ha colpito subito è stata la procedura e proprio per la diversità ho deciso di provare. C’è stata una prima selezione di curriculum, e poi ho dovuto scrivere tre pagine di progetto. E soprattutto mi hanno mandato i bilanci. Non è un fatto da sottovalutare al giorno d’oggi: a parte vedere che la situazione è positiva, mi ha permesso di fare proposte concrete e realistiche”.

Poi una chiamata, e la notizia della sua nomina.

“Si, ho ricevuto una chiamata da Graziano Delrio che mi annunciava la buona notizia. Sono felice. Reggio Emilia è una realtà davvero interessante e ho molte idee in testa. Innanzitutto però sono convinto che la gestione degli ultimi anni sia stata corretta e di valore e per questo penso che molte delle scelte verranno da me riconfermate. Come ad esempio l’apertura internazionale di Abbado”.

E cosa porterà di nuovo Vacis a Reggio Emilia?

“Quello che aggiungerei ad un programma già di valore, è l’idea di insistere di più sul “genius loci”, ovvero l’ambiente locale e i suoi talenti. Questa zona esprime parecchie realtà interessanti e mi piacerebbe trovare per loro maggiore spazio. Andiamo verso una reinvenzione delle strutture teatrali, una necessaria e forzata condizione che ci richiede di guardare al locale. Non è un ripiego, ma una risorsa che permette di prestare maggiore attenzione a chi cresce nel nostro territorio e ha tanto da dimostrare. Così su due piedi penso a Mario Macceri, mio allievo e diplomato alla scuola di teatro Paolo Grassi”.

Quindi il teatro ha ancora qualche carta da giocarsi al tempo di una grave crisi economica?

“La nostra dieta comunicativa è sempre mediata. Pensiamo al telefono, alla televisione e così via: la nostra vita quotidiana è fatta di comunicazioni nel mezzo delle quali si interpone sempre uno strumento, che sia un telefono o uno schermo. Il teatro non è così, è unico perché permette una comunicazione diretta: chi parla può ascoltare chi ascolta. Nella nostra dieta mediatica dobbiamo riuscire a mettere qualche momento di teatro”.

Rendendo il teatro più fruibile anche a chi solitamente non lo frequenta?

“Io difendo un’idea pedagogica dell’arte, che sappia insegnare qualcosa di nuovo. A volte può essere un linguaggio difficile, ma i bravi maestri sanno rendere commestibili anche i messaggi più ostici. E non per forza il teatro è difficile”.

Arriva in un contesto movimentato a Reggio Emilia, la partenza di Abbado sbattendo la porta e un cda che lo nomina ad un giorno dalla sua scadenza.

“La mia fortuna è di non sapere niente della polemica Abbado. Io so solo che l’ex direttore artistico ha fatto uno splendido lavoro e che io farò del mio meglio. Ho lavorato con tanti consigli d’amministrazione e non ho mai avuto problemi, dialogheremo e troveremo tutte le soluzioni. Gli amministratori cambiano spesso, a restare sono i progetti e le idee”.