Oggi pubblico alcune note su come ho vissuto il 12 e il 16 dicembre di quell’anno che ha cambiato il corso della storia italiana.

Un brusco risveglio

«Hanno buttato Pinelli da una finestra della questura. Vediamoci tutti in via Fatebenefratelli. Facciamoci arrestare. Devono buttarci tutti dalla finestra per farci tacere», dice con tono addolorato e al tempo stesso concitato Amedeo Bertolo telefonandomi. Sono da poco passate le sette del 16 dicembre. Scatta la catena telefonica. Tutti sono avvisati. Sono scosso, ma esco dopo pochi minuti da casa. Quando arrivo davanti alla questura non c’è ancora alcun anarchico. Aspetto. I minuti passano lentamente. Nessuno. Poi mi accorgo che alcune persone, quasi sicuramente poliziotti in borghese, cominciano a osservarmi con insistenza. Cerco di darmi un’aria tranquilla, anche se non è facile. Aspetto.

valpreda e lanza 1980Dopo quasi mezz’ora, ma mi sono sembrate ore, vedo arrivare Enrico Maltini, anche lui del Circolo Ponte della Ghisolfa. Continuiamo ad aspettare gli altri per entrare tutti insieme e consegnarci ai poliziotti: l’obiettivo è creare un caso politico. Ma non arriva proprio nessuno. Cominciamo a sentirci a disagio. I poliziotti ci hanno praticamente circondati. «Andiamo a telefonare», dice Maltini. Chiama Bertolo, risponde sua moglie, Antonella, che quasi grida: «Lo hanno arrestato sulle scale di casa». Inizia un giro di telefonate agli altri. Il risultato è sempre lo stesso: arrestati. A quel punto Maltini e io ci rendiamo conto di essere praticamente gli unici del Ponte della Ghisolfa ancora in libertà. Breve consultazione sul da farsi. Maltini, che è anche membro della Crocenera anarchica (l’organismo di difesa degli anarchici arrestati o con problemi con polizia e magistratura), propone: «Andiamo da Boneschi».

Quando arriviamo nello studio di Luca Boneschi, uno dei difensori degli anarchici, troviamo l’avvocato seduto alla sua scrivania. È uno studio moderno con mobili laccati di bianco, ma il volto di Boneschi è ancora più bianco. Solo gli occhi cerchiati di nero danno segni di vita. Ci vede e non riesce a trattenere un moto di stupore: «Ma come… siete ancora liberi? Scappate subito… qui vi ammazzano tutti». Ma non è andata così.

Il giorno prima

Il 15 dicembre piazza Duomo è piena di gente. Anche i sindacati hanno deciso la mobilitazione. Migliaia di milanesi sono assiepati sul sagrato. Il Duomo è stracolmo. Lì si svolgono i funerali delle quattordici vittime. Officiante l’arcivescovo di Milano, cardinale Giovanni Colombo. In rappresentanza dello Stato c’è il presidente del consiglio, Mariano Rumor, per la città il sindaco, Aldo Aniasi. Ci siamo anche noi del gruppo Bandiera nera. Ivan Guarnieri, della Crocenera anarchica ci aggiorna: «Ho telefonato all’Ufficio politico e dicono che presto rilasceranno anche Pino». Purtroppo non è andata proprio così: è vero hanno rilasciato Pinelli a mezzanotte ma non dalla porta… dalla finestra del quarto piano.

E tutta quella gente dentro e davanti al Duomo non è soltanto l’espressione del dolore di una città di fronte a una strage, ma ha un altro effetto. Deterrente. Come si verrà a sapere anni dopo gruppi di fascisti erano pronti a intervenire per creare disordini e scontri tanto da indurre Rumor a indire lo stato di emergenza, magari con l’approvazione di qualche legge speciale. La folla e i servizi d’ordine dei sindacati sventano, forse anche inconsapevolmente, quella manovra.

Il 12 dicembre

Quel signore di mezza età dal vestito elegante, salito alla fermata di piazza Missori sul tram 23, non dava certo l’impressione di un personaggio un po’ stralunato che parla da solo o arringa la folla con frasi sconnesse. Eppure, subito dopo avere pagato le settanta lire del biglietto, guardando fisso davanti a sé, esclamò: «Che cosa sarà stato? Una caldaia esplosa o una bomba?». Alcuni dei passeggeri del tram che correva verso Porta Romana continuarono a leggere il giornale o a chiacchierare tra loro, ma quelli più vicini al signore di mezza età (fra questi c’ero anch’io) lo guardarono tra lo stupito e l’interessato. Allora l’improvvisato oratore riprese: «Arrivo da piazza Fontana, è un inferno… ci sono ambulanze, poliziotti, carabinieri… c’è stata un’esplosione alla Banca dell’agricoltura». Su quel tram, che nel frattempo si allontanava dal centro di Milano, nessuno sapeva ancora nulla. Erano da poco passate le cinque del pomeriggio di un venerdì come tanti con in più una certa aria prenatalizia, ma non era un giorno qualunque. Era il 12 dicembre 1969 e neanche mezz’ora prima, alle 16,37, una bomba aveva ucciso quattordici persone (altre due moriranno in ospedale e un’altra tempo dopo) e provocato quasi cento feriti (non tutti si faranno curare al pronto soccorso). Una strage, come diranno subito i primi soccorritori.

Quella di piazza Fontana non è una bomba isolata. Un’altra viene ritrovata a poca distanza nella sede della Banca commerciale italiana di piazza della Scala. Sono le 16,25 quando un commesso della Commerciale, Rodolfo Borroni, vede una borsa nera abbandonata vicino all’entrata di un ascensore. La raccoglie pensando a un cliente distratto. La borsa è molto pesante. Insieme ad altri colleghi Borroni la apre. C’è una cassetta metallica, una bustina rettangolare di plastica e un dischetto nero, graduato da 0 a 60. Nient’altro. Qualcuno ipotizza che possa trattarsi di una bomba. La borsa viene presa dal brigadiere Vincenzo Ferrettino, trasportata nel cortile della banca e sotterrata. È una prova importante, ma Teonesto Cerri, ingegnere e perito balistico, alle nove di sera, cioè quattro ore dopo, la farà saltare con una carica di tritolo applicata alla serratura. Guido Bizzarri, maresciallo dell’esercito e artificiere con oltre quarant’anni di esperienza, dichiarerà poi ai giornalisti: «L’avrei disinnescata io, ma nessuno me lo ha chiesto. È stato più pericoloso farla brillare che aprirla».

È uno dei primi misteri di quel 12 dicembre a cui se ne aggiungerà un altro. Il 7 febbraio 1970 si verrà a sapere che nella borsa in cui era contenuta la bomba c’era anche un vetrino colorato che la questura di Milano aveva subito inviato alla Criminalpol di Roma per esami. Risultato dell’analisi: vetrino colorato utilizzato per fabbricare lampade liberty simile a quelli usati nel laboratorio artigianale di Roma da Pietro Valpreda, anarchico milanese trasferito nella capitale.

Ed è proprio a Roma che si conclude la sequenza di scoppi di una giornata incandescente. Tra le 16,40 e le 16,55 in un corridoio sotterraneo della Banca nazionale del lavoro in via Veneto c’è un’esplosione che causa quattordici feriti tra gli impiegati dell’istituto. Poi, nell’arco di dieci minuti dopo le 17,20, altri due ordigni di minore potenza dei precedenti scoppiano all’Altare della patria in piazza Venezia. Soltanto quattro feriti: un carabiniere e tre passanti. Si chiude così la giornata della strage. Radio e televisione mandano in onda i primi servizi, mentre nelle redazioni dei quotidiani si preparano i titoli a caratteri cubitali per l’edizione del 13 dicembre.

Piccola notazione: anche nel film Romanzo di una strage il regista Marco Tullio Giordana, allora giovane studente, è su un tram che però arriva in piazza Fontana al momento dell’esplosione. Quando Giordana, prima dell’uscita del film, venne a Milano per incontrarsi con i membri del Centro studi libertari/Archivio Giuseppe Pinelli ci raccontò questo episodio. Era presente anche Aldo Giannuli (professore di storia contemporanea alla Statale di Milano e per anni consulente nelle commissioni di inchiesta sulle stragi) e non seppe trattenersi dall’ironia: «Ma in quanti eravate su un tram 23 quando scoppiava la bomba…».