L’ultima farsa del Cavaliere si avvia mestamente a conclusione. Meraviglia il fatto che un personaggio di questo tipo continui a ricevere un’attenzione spropositata. E’ evidente a tutti come il suo interesse sia oggi esclusivamente quello di salvare se stesso e i suoi più fedeli servitori dalla giurisdizione penale. Ciò detto, è evidente altresì quanto male egli abbia fatto al nostro Paese, una responsabilità politica che non si esaurisce certo sul piano delle sanzioni e per la quale occorrerà trovare vie adeguate di soluzione e di risarcimento. Ma il compito più immediato, ma non per questo il più facile, è quello di fare i conti fino in fondo con il berlusconismo, il quale, come del resto il fascismo, resta un fenomeno essenzialmente italiano. Un po’ di introspezione ed autocritica non guasterebbe, altrimenti corriamo il rischio di ripetere gli errori gravi e costosi che stiamo commettendo da un ventennio a questa parte.

L’esperienza compiuta con il professor Monti riveste in questo senso un duplice carattere. Da un lato, il professore ha rappresentato per molti il salvatore della Patria da tanto sfacelo. Dall’altro, e questo secondo carattere risulta a mio avviso preponderante, il governo Monti incarna il frutto velenoso del berlusconismo. E la continuazione, con altri mezzi e in altre forme, della stessa politica. Una politica, del resto, che ha origini ben più generali e lontane, che risiedono in ultima analisi nel predominio della finanza predatrice, fenomeno che investe l’intero pianeta e il suo Occidente economicamente avanzato in particolare. E nello specifico quel continente nel quale si svolse un esperimento interessante di integrazione economica, politica, sociale oggi ridotto davvero a malpartito dalle politiche ispirate da questo potere dominante.

Un recente libro, agile di discorso e informato ma al tempo stesso di ampio respiro, di cui consiglio la lettura a tale proposito, è quello di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini, Il film della crisi, la mutazione del capitalismo, che dà conto in modo convincente ed esaustivo della rottura fra capitalismo e democrazia dovuta appunto alla resistibile ascesa del capitale finanziario. E’ su questo terreno che occorre muoversi per individuare le basi dell’alternativa che si rivela sempre più necessaria e urgente, in Italia come altrove. Se non vogliamo morire di Finanzcapitalismo.

Tornando al nostro disgraziato Paese, terreno di sperimentazione e cavia in corpore vili delle politiche ispirate da quest’ultimo, prima sub specie Berlusconis e poi sub specie Montis, il quadro che emerge dopo vent’anni di queste politiche è davvero sconfortante e lo conoscete meglio di me. Basti ricordare che le ultime rilevazioni statistiche della Banca d’Italia parlano di un Paese dove il 10% della popolazione controlla il 45,9% della ricchezza, con una preoccupante partecipazione, aggiungo io, dell’accumulazione di origine mafiosa, che per ovvi motivi conferma il suo ruolo di punta nell’attuale contesto.

Mario Monti, figura autorevole e sobria, che mantiene il suo prestigio scientifico e politico nonostante le innumerevoli gaffe e topiche dei suoi ministri, rappresenta al tempo stesso l’esponente dei ceti egemoni, per nulla interessati a introdurre forme sia pure minime di equità sociale, e il vero e proprio proconsole dei poteri forti sostenuti dall’Europa neoliberista, come dimostrato da ultimo dall’endorsement di Merkel e degli altri leader europei.

Hic Rodus, hic salta! Questo è il vero scoglio da affrontare. Come tornare a sostenere ed estendere la democrazia di fronte alle tendenze autoritarie del capitalismo finanziario. Scoglio con il quale devono confrontarsi oggi Bersani, trionfatore delle primarie del Pd ma oggi tornato nuovamente succube del montismo, ben rappresentato del resto nel suo stesso partito, Beppe Grillo e il suo Movimento, nel quale molti italiani ripongono oggi fiducia, e i vari rivoli dell’alternativa da costruire, da De Magistris alla Federazione della sinistra, da Di Pietro a tutti noi che non ci rassegniamo all’idea di morire montiani. E che sicuramente siamo molti di più di quelli che a volte pensiamo di essere, anche se dobbiamo imparare a parlare in modo unitario e chiaro.

In questo quadro, Berlusconi e quello che resta del suo manipolo di fedeli servitori, con il suo scomposto agitarsi fra profferte a Monti velate di ricatto e boutades antieuropee per tornare a raggranellare un consenso oramai fortunatamente in via di estinzione, non è altro, in fondo, che un fantasma triste e un logoro spauracchio, un’arma di distrazione di massa dai problemi reali che vanno affrontati rovesciando le politiche che ci hanno portato all‘impasse attuale e che rischiano di continuare a tempo indefinito.