Dalla tessera numero 1816 della P2 ai rapporti con Valter Lavitola, dall’amicizia con Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri al bacio all’anello di Gheddafi: “I costumi e i comportamenti” della vita di Silvio Berlusconi finiscono in un’aula di tribunale. Non a Milano, davanti a Ilda Boccassini nel processo Ruby, ma in una minuscola e semideserta stanza del Palazzo di Giustizia di Monza dove “le notti del bunga bunga, l’infedeltà dell’ex premier e i rapporti con pluriomicidi e mafiosi” entrano per una causa intentata “da Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario, contro Aldo Busi”. Sul banco degli imputati c’è lo scrittore bresciano, non Berlusconi, eppure sono i “costumi del Cavaliere” a finire processati. E condannati.

Tutto ha inizio il primo ottobre 2010 durante la trasmissione Otto e mezzo. Interpellato da Lilli Gruber su Veronica Lario, che aveva deciso di lasciare l’allora premier, Busi risponde: “Non ho mai pensato nulla, soltanto mi sembra molto strano che una signora che ha recitato, che è stata nei teatri, che, insomma, non dico colta, ma comunque con un’istruzione piuttosto vasta, mandi una lettera per una storia di possibili corna o tradimenti o minorenni ecc… E non abbia mai detto nulla sul fatto che a casa Berlusconi c’era un tale Mangano, lo stalliere pluriomicida e mafioso di vaglia che stava lì e che probabilmente ha preso in braccio i suoi bambini… Allora io mi sarei svegliata, magari venti anni prima”. Neanche il tempo di dirlo che i legali di Veronica Lario già presentavano querela per diffamazione contro Busi ritenendo le sue parole “offensive della reputazione di Miriam Bartolini, coniuge di Silvio Berlusconi”. Sì, erano ancora sposati. Trascinato per tre volte in aula a Monza, Busi nella seconda udienza ha preso la parola rilasciando dichiarazioni spontanee. Ha citato Daniela Santanchè (che definì Lario “puttana in pectore”) e altre pasionarie di Silvio (“la zarina della bassa”) per spiegare “che di certo non sono stato io a offendere la signora Bartolini, ma ho solamente espresso una personale opinione, sempre che ci sia ancora il diritto di critica”. Poi ha spiegato: “Lo stesso Berlusconi raccontò in un’intervista che lo stalliere Mangano andava a prendere i suoi figli a scuola, che siano quelli di primo o secondo letto non è mai stato specificato”.

Passaggi riletti ieri in aula dall’avvocato di Veronica Lario, Luigi Isolabella: “Così il signor Busi ha voluto offendere con gusto la signora Lario, dicendo però il falso. Perché la signora Lario non ha mai vissuto ad Arcore, ma ha sempre vissuto o a Milano o a Macherio” e comunque “Mangano ad Arcore c’è stato fino al 1976 e questo è un dato certo e provato: lo dice anche Travaglio, mentre Lario ha conosciuto Berlusconi solamente dopo il 1980”. La linea è chiara: Lario non poteva svegliarsi prima perché con Mangano non ha mai avuto a che fare. E da qui è partita la requisitoria dei legali di Busi, Marco Pipino e Danilo Zucchiatti. Con un dipietristico che c’azzecca?

“Dove si può spingere il diritto di critica? A casa di Berlusconi c’era un tale Mangano, come tra i suoi amici c’erano Marcello Dell’Utri e Cesare Previti. Veronica Lario è stata fidanzata e poi moglie di Berlusconi per 27 anni e accetta in tutto l’uomo, il suo percorso, la sua vita, i suoi costumi”, dice Zucchiatti. “Se taci su tutto per 27 anni significa che tutto ti è andato sempre bene. Questa è una valutazione, una critica, una opinione personale che io ritengo lecita”. E ancora: “In questi 27 anni hai accettato le frequentazioni di tuo marito e il suo passato, l’iscrizione alla P2 e le Veline nelle liste del suo partito. Non è vietato criticare, avere un’opinione. Vede signor giudice, quando ho visto Berlusconi baciare l’anello che Gheddafi portava al dito, accogliendo a Roma un personaggio che il mondo considerava un mostro, beh: io sono rimasto scioccato, sconcertato. Posso dirlo? Sì, perché fa parte del diritto di critica”. Busi annuiva e ricordava sussurrando nell’orecchio dell’altro avvocato che Lario è stata fotografata anche a bordo del Barbarossa di Previti. Ed è stata Lario, aggiunge, a rendere pubblica, “con delle lettere ad alcuni quotidiani, la sua vita privata”: quando Berlusconi fece apprezzamenti su Mara Carfagna e quando disse che sarebbe andato su un’isola deserta insieme ad Aida Yespica. Per il giudice Silvia Pansini è sufficiente. E in 40 minuti di camera di consiglio decide di assolvere Busi perché “il fatto non costituisce reato”.

da Il Fatto Quotidiano del 13 dicembre 2012