La crisi sta “scuotendo l’albero” della società italiana alle radici: l’indice di produzione industriale segna rosso (-21% dall’inizio della crisi, – 6% nel 2012), la disoccupazione ha raggiunto l’11%, quella giovanile è oltre il 30%, i consumi crollano e non si vede una via d’uscita a breve termine. In Europa la crisi c’è lo stesso ma con andamenti differenti, la Germania comincia a risentire del rallentamento generale dell’economia ma ancora in misura molto inferiore; la sua produzione industriale ha tenuto finora molto meglio della media europea, in alcuni settori non c’è mai stata crisi ed è cominciata la ripresa – autoveicoli, dove noi crolliamo, altri mezzi di trasporto, elettronica – settori forti dove l’esportazione incide in misura rilevante.

L’Italia vive un doppio declino, quello del suo sistema industriale e contemporaneamente della società nel suo insieme: come spiegare altrimenti il ritorno in campo di Berlusconi, se non come l’incapacità delle stesse classi dirigenti moderate e conservatrici, di accantonare una figura rifiutata a livello internazionale, un satrapo dell’industria della comunicazione di basso livello, della tv spazzatura, il re del cattivo gusto, della volgarità esibita, dell’arroganza sociale di un’italietta di quart’ordine?

Sono due facce della stessa medaglia, la crisi del sistema produttivo e la crisi sociale, l’impoverimento economico e quello culturale: sono vent’anni che subiamo questo declino senza dar segni di risveglio, la cura da cavallo di Monti, forse ci ha salvato dal baratro imminente ma non ci ha rimesso in pista per ripartire. Forse i conti dello Stato ora sono in ordine ma non lo sono quelli delle famiglie e non ci sono segni evidenti d’inversione di tendenza, al contrario: la situazione sembra peggiorare ogni giorno.

Un esempio concreto: sulla strada di casa mia – un’arteria importante di Bologna, la mitica via Emilia lato Ponente, nella direzione che dal centro va verso nordovest, da fuori le mura di porta San Felice, dove si chiama via Saffi, passando davanti all’ospedale Maggiore, verso il fiume Reno, là dove una volta c’erano grandi e importanti insediamenti industriali, oggi tutti chiusi o in fase di dismissione, gli opifici sono abbattuti e sostituiti da palazzoni di case (in gran parte invendute) e centri commerciali – in questa zona spuntano fuori, una dopo l’altra, sempre nuove banche.

Ho contato, in due chilometri e mezzo, dodici filiali e ne aprono di continuo: spariscono negozi e oplà ecco una banca, oppure finanziarie con i nomi più fantasiosi, fateci caso. Ma quali soldi ci vanno in quelle banche, giacché il numero delle imprese e degli abitanti diminuisce costantemente?

Altro fenomeno: spuntano sulla stessa strada sale scommesse – ora anche di video poker e slot machine, pubblicizzate come in America con insegne luminose e ammiccanti – sale bingo, sale scommesse; in ogni  negozio di tabacchi si punta tutto il giorno su lotto e superenalotto, non c’è più bar che non abbia le sue macchinette di videopoker, un esercito di mangiasoldi messo li a divorare il denaro degli avventori, non mi meraviglierei di vedere spuntare tra un po’ la grande insegna di un bel casinò.

Infine l’ultimo fenomeno, la quadratura del cerchio: spuntano come funghi i negozi che comprano oro, la pubblicità sugli autobus, sui giornali, perfino sulla guida dei servizi di quartiere, “hai problemi? Non ce la fai a fine mese? Porta l’oro di mammà, medaglie, monete, orologi, perfino le protesi dentarie” – testuale! Attenzione: “il tuo oro è già impegnato? Noi disimpegniamo la tua polizza al banco dei pegni”; cioè: non ce la fai a restituire i soldi? Te li diamo noi, chissà a quali condizioni!

Riassumendo: via le fabbriche, su i palazzi, ecco le banche, vieni a giocare, non hai più soldi? Dacci il tuo oro! La risposta alla solitudine delle nostre città è lo spossessamento della vita delle persone, dei loro stipendi, delle loro pensioni e dei loro risparmi, per farli confluire nelle tasche di strozzini legalizzati e delle banche, una grandiosa operazione di redistribuzione della ricchezza dal popolo alla finanza, senza ritorno.

La ludopatia, malattia conclamata di sottomissione compulsiva al richiamo del gioco d’azzardo, colpisce nel nostro paese un milione e mezzo di persone ma, come per la droga e l’alcolismo, non si combatte il fenomeno con la prevenzione e la cultura, solo con i palliativi della disintossicazione, mentre, come per il tabagismo, lo Stato biscazziere mette i proventi delle tasse sul vizio davanti alla salute dei suoi cittadini. Intanto la rovina, la miseria e anche la morte s’insinuano silenziosamente in tante famiglie. 

Questa è la società che ci stanno costruendo intorno e la cosa più triste è che anche le cosiddette forze della sinistra non se ne accorgono, loro sono perfettamente integrate in questo penoso scenario; poi torna Berlusconi e ci sorprendiamo?