La ‘ndrangheta che colonizza la Lombardia la trovi agli angoli della città. Via Amadeo a Milano è una strada larga e trafficata. Arriva da piazzale Gorini e finisce contro la massicciata della ferrovia. Poco prima, sulla sinistra la Lavanderia arcobaleno occupa un paio di vetrine. Dietro al banco, la signora bionda chiacchiera con un cliente. E’ nata a Terlizzi, in provincia di Bari. Il prossimo aprile compirà sessant’anni. Ma è solo un particolare. Perché ciò che conta in questa storia è quell’uomo che parla al cellulare. Ha capelli bianchi e labbra sottili, indice di chi per molto tempo ha portato i baffi. Si chiama Giuseppe Ferraro ed è nato in un piccolo paese dell’Aspromonte calabrese il 18 ottobre 1947. Sulla carta d’identità sta scritto Africo nuovo. I carabinieri, però, dentro al documento ci leggono: ‘ndrangheta. Quella potente, influente e ricchissima della cosca Morabito, amministrata in regime di 41bis da Giuseppe Morabito u tiradrittu. Dall’Aspromonte a via Amadeo, angolo Alessandro Milesi. Dietro ai vetri impolverati di una lavanderia. Qua, stando alla ricostruzione degli investigatori, sono girati i contatti per attivare la macchina elettorale a favore dell’ex assessore regionale lombardo Domenico Zambetti. Quattromila preferenze incassate e pagate 200mila euro. Di questi voti, annotano i carabinieri, ben 2500 sono arrivati attraverso i buoni uffici di Domenico Pio, mafioso a Desio e di Giuseppe Ferraro, alias il professore, mafioso secondo i pentiti e gli investigatori, trafficante di droga per la giustizia.

“Ho conosciuto Giuseppe Ferraro quando ero ancora appartenente alla Polizia di Stato”. Giorgio Tocci, ex sbirro, poi killer delle cosche e oggi collaboratore di giustizia, il rapporto con il professore lo mette a verbale già nella primavera del 1994. “Erano gli anni Ottanta, prestavo servizio al reparto Volanti, e fermai Ferraro per un controllo. Questi mi riferì che insegnava presso una scuola in Via Cadore (…) Mi portai, quindi, presso la scuola indicatami dal Peppino Ferraro e accertai che effettivamente egli vi insegnava”. Lo sbirro e il professore diventano amici. “Capii subito che i Ferraro erano tutt’altro che imprenditori e ristoratori o insegnante di scuola”. Non lo sono, infatti. E attraverso la loro amicizia, il poliziotto Tocci conoscerà diversi elementi di spicco della malavita. “Io – prosegue Tocci – naturalmente fui presentato come un poliziotto amico e affidabile, in una parola un corrotto”

Pochi giorni dopo quel verbale, scatta il blitz contro la ‘ndrangheta lombarda. L’operazione, ribattezzata La notte dei fiori di San Vito, 16 anni prima dell’inchiesta Infinito, fotografa la massiccia presenza dei clan in Lombardia. I magistrati censiscono circa venti locali. Tra questi, cinque stanno a Milano. Ne parla il pentito Calogero Marcenò che, tra le tante novità, svela la presenza della ‘ndrangheta in viale Monza a Milano dove comanda Salvatore Ferraro, fratello di Giuseppe. I due finiscono in carcere assieme ad altre 149 persone. 

All’alba del 15 giugno 1994, Ferraro viene arrestato nella sua casa di via Carlo Marx a Sesto San Giovanni. Davanti agli agenti il professore resta impassibile e chiede: “E’ una cattura?”. Dopodiché s’infila i pantaloni e segue i poliziotti. L’accusa per lui è associazione mafiosa, poi derubricata a traffico di droga con un condanna, in Appello, a quattro anni.

A dare fuoco alle polveri di quella storica operazione ci sono soprattutto le parole dei pentiti. Eccole. Salvatore Maimone dice: “Giuseppe Ferraro è un affiliato alla ‘ndrangheta”. Antonio Zagari, primo fra i collaboratori a fare luce sulle infiltrazioni in terra Padana, è chiarissimo: “I Ferraro (…) sono (…) una delle famiglie più potenti della ‘ndrangheta operanti in Lombardia. E sono ormai miliardari”. Quindi ribadisce il concetto: “A livello economico il gruppo Ferraro era e lo è tutt’ora il gruppo più forte della zona”. E ancora: “I Ferraro sono rispettati e temuti nell’ambiente della ‘ndrangheta”. E del resto già nel 1984 una nota della squadra Mobile di Milano rilevava come Giuseppe Ferraro fosse noto “col soprannome di professore ed è legato al fratello Santo Salvatore e ad altri pregiudicati calabresi in relazione a traffici illeciti, in particolare commercio di stupefacenti ed estorsioni”.

Insomma, quella del professore è una storia che parte da lontano e si aggancia al presente grazie al rapporto con Pino D’Agostino, mafioso alla milanese, in nome e per conto della cosca Morabito. E’ l’indagine Grillo parlante che ha portato in carcere l’ex assessore Zambetti. Ventinove arresti. Il blitz il 10 ottobre 2012. Giuseppe Ferraro non è della partita. Per lui niente manette e, va detto, nessuna iscrizione nel registro degli indagati. La sua presenza, però, ricorre in molte informative. Il contatto diretto è con D’Agostino. Sarà quest’ultimo a presentare il professore ad Alessandro Gugliotta, altro uomo dei clan sceso in campo per sostenere i candidati della ‘ndrangheta. Prima di tutto, però, le presentazioni. Ecco allora come D’Agostino presenta Gugliotta a Ferraro: “Quando viene Alessandro è come sono io ogni volta”.

Il professore entra nei brogliacci delle intercettazioni nel 2011. In quel momento i carabinieri stanno seguendo i tentativi (poi falliti) della ‘ndrangheta di sostenere Sara Giudice alle comunali di Milano. La giovane candidata del Terzo polo non avrà il sostegno mafioso, solo perché i boss si sono attivati in ritardo, non riuscendo, tra l’altro, a contattare Ferraro. E nonostante tutto, questa vicenda rappresenta la cartina di tornasole per interpretare e chiudere il cerchio sulle elezioni regionali del 2010 dove Zambetti viene rieletto. Ecco allora la conclusione dei carabinieri: “Alla luce dei successivi contenuti, è ragionevole ritenere che il Ferraro possa aver partecipato anche alla raccolta di preferenze da destinare a Domenico Zambetti nel 2010”.