E’ un artigiano modenese di 47 anni, sposato e incensurato, il responsabile dei tre pacchi bomba recapitati alla sede di Equitalia di via Emilia Ovest, tra settembre e dicembre. Un piccolo imprenditore schiacciato dai debiti, con più di 400.000 euro da pagare alla società di riscossioni per l’Agenzia delle Entrate e un’officina a Modena Est da mandare avanti, che per “disperazione” aveva preso a inviare alla sede locale dell’azienda minacce sempre più pericolose. Prima telefonate anonime, poi pacchi sospetti, una confezione di cibo per cani riempita di sabbia, fino ad arrivare a ordigni esplosivi veri e propri. Tanto “che se avesse continuato su questa strada – assicura Lucia Musti, procuratore aggiunto di Modena – avrebbe potuto provocare una strage”.

Le indagini della Digos erano iniziate a settembre, in concomitanza con le prime telefonate anonime che facevano riferimento a falsi allarmi bomba. L’uomo, successivamente, è stato identificato grazie a una volante della polizia che l’aveva notato telefonare da una cabina con un fazzoletto sulla cornetta per modificare la propria voce, proprio mentre effettuava una delle 5 chiamate inoltrate agli uffici di via Emilia Ovest. Le forze dell’ordine l’hanno seguito e giunti nella sua officina, dove sono stati ritrovati residui dei materiali utilizzati per fabbricare i pacchi bomba, l’ultimo dei quali completo ma privo dell’innesco, l’hanno riconosciuto.

“Si tratta di un uomo che, oberato da un debito importante, aveva prodotto una serie di ordigni man mano sempre più complessi e di pericolosità crescente – ha sottolineato la Musti – Lo abbiamo fermato in tempo”.

“L’autore di questi gesti aveva alzato il tiro – ha detto alla stampa locale anche Valeria Cesarale, dirigente della Digos – la perquisizione dell’automobile utilizzata dall’uomo per recarsi dall’officina a Equitalia ha permesso di ritrovare due bottiglie contenenti benzina”. L’uomo non è stato arrestato, ma per lui è scattata una denuncia per procurato allarme, interruzione di pubblico servizio e minacce aggravate.

Quelli di Modena, però, sono solo gli ultimi di una lunga serie di attacchi che Equitalia, in questi mesi e in tutta Italia, ha subito. Attacchi più o meno violenti, dalle minacce agli ordigni esplosivi, messi in atto contro un soggetto, l’agenzia di riscossione, che per molti è come “una via Crucis”: “la strada che la parte più povera del paese, specialmente in tempo di crisi, si trova inevitabilmente a percorrere”.

Prima del capoluogo di provincia emiliano romagnolo, sotto attacco era stata la sede di Verona, devastata, la notte del 5 ottobre scorso, da un ordigno esplosivo. Prima ancora era toccato agli uffici di via D’Annunzio, a Genova, contro i quali erano state lanciate pietre accompagnate da scritte sui muri: “ladri” e “assassini”.

A Bologna, a giugno, una trentina di giovani vestiti da Lupin avevano invaso gli uffici di via Tiarini per “smontare Equitalia”, sradicando l’arredamento interno per poi depositare all’esterno, in strada, sedie, totem, banconi, computer e persino piante e portaombrelli.

E poi, ancora, a maggio, a Melegnano, nel Milanese, nello studio di un commercialista, due dipendenti dell’ente erano stati feriti durante un’aggressione, a Napoli la sede cittadina era stata assediata da un gruppo di manifestanti che avevano lanciato pietre contro gli uffici di Equitalia, a Roma era stato inviato un pacco bomba alla direzione generale dell’agenzia di riscossione e a Schio, nel vicentino, sui muri della sede cittadina, erano apparse scritte minatorie come “Infami” o “Io uccido”.

Più recente e pacifica l’iniziativa condotta in Friuli Venezia Giulia dai rappresentanti de “Lo sportello”, un’associazione che si occupa di dare solidarietà e assistenza a imprenditori in difficoltà, e di Federfriuli. Che a novembre hanno depositato in tribunale a Pordenone, negli uffici della polizia giudiziaria, una decina di esposti nei quali si dimostra, perizie alla mano, i tassi usurari applicati da Equitalia. “Abbiamo avuto casi – spiega Idilia Pajer, referente de ‘Lo sportello’ – dove gli interessi hanno raggiunto il 40, 50 e anche il 70%, portando a ruolo in questo modo crediti che raggiungono il milione di euro. E’ chiaro che in questo modo un imprenditore non riuscirà mai ad estinguere il debito perché dovrà continuare a lavorare solo per pagare gli interessi”.

Secondo la Musti, parte del problema risiede nella tendenza, sviluppatasi in concomitanza con la crisi economica, di “aizzare le menti deboli e di indicare un obiettivo sbagliato quale Equitalia”. Una tendenza aggravata dai tanti “suicidi per debiti” che mese dopo mese, hanno scosso l’Italia. Il padovano Giancarlo Perin, 52, proprietario di un impresa edile che temeva di non riuscire più a dare un futuro ai suoi dipendenti, Giovanni Schiavinato, imprenditore di 71 anni di Montebelluna, che si è gettato dalla finestra il giorno in cui la sua casa andava all’asta, Arcangelo Arpino, 63 anni, di Vico Equense, l’imprenditore edile del napoletano che si è sparato un colpo alla tempia per problemi economici. E ancora il bolognese Piero Marchi, 27.000 euro di debiti contratti con Equitalia, Angelo Di Carlo, 54 anni, disoccupato, che si è dato fuoco davanti a Montecitorio, Giuseppe Campaniello, suicidatosi davanti all’Agenzia delle Entrate situata all’ombra delle Due Torri. E tutti gli altri. I molti altri.

Le cui morti hanno suscitato “rabbia”, “sdegno”, ma che, come ha ricordato il governo a più riprese, per primo il presidente del consiglio Mario Monti, non devono condurre a “episodi di violenza”