“Voglio che apri tutto, voglio che smarmelli”. A vedere The Hobbit, in uscita domani nelle sale, viene il sospetto che il regista Peter Jackson per istruire il fedele direttore della fotografia Andrew Lesnie abbia rubato le battute al René Ferretti della serie-tv di culto Boris. Digitale 3D e 48 fotogrammi al secondo, anziché i canonici 24, ma il risultato è da fiction televisiva in alta definizione : la profondità di campo della stereoscopia cozza con una fotografia smarmellata e finisce pari e patta. Ovvero, l’immagine è piatta. Se questo High Frame Rate 3D pare essere il futuro – lo userà anche il demiurgo di Avatar James Cameron – il presente è listato a lutto: con oltre 700 copie, il prequel del Signore degli Anelli offre una visione iperpotenziata, un tutto a fuoco più vero del vero, ma soprattutto negli interni trova scene e conciliaboli degni dell’Ispettore Derrick.

Povero J.R. Tolkien, che si conferma il più sovrinterpretato e travisato degli scrittori fantasy: non fossero bastati gli hippie e i Campi Hobbit del Fronte della Gioventù, ora a tirarlo per la giacchetta è il premio Oscar Peter Jackson, che se ne frega dello spirito tecnofobico dell’autore e squaderna una promozione sul campo tanto magniloquente quanto insensibile. Portando sullo schermo gli eventi accaduti 60 anni prima del Signore degli Anelli, Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato torna a cantare terre e avventure, nani ed elfi, orchi e goblin, troll e gollum, ma senza aggiungere nulla e togliendo più di qualcosa: fascino, narrazione e pathos, dove sono? La prima ora – dura 173 minuti – carbura come una Fiat Duna, poi tocca accontentarsi del giovane Bilbo Baggins (il bamboccione Martin Freeman), lo stregone bruno Radagast con il guano sui capelli, il re dei nani Thorin Scudodiquercia e il ritorno del Gandalf Ian McKellen e della soave Cate Blanchett.

Ma anche qui tecnologia batte uomo per ko alla prima ripresa: l’Orco Bianco e i mannari, il Negromante e i Goblin hanno potenza visiva e caratura drammaturgica da far impallidire gli attori in carne e ossa. Per tacere del Gollum, cui il buon Andy Serkis continua a fornire mimica digitale in motion capture: il presente-futuro è lui, e pure gli Oscar dovrebbero accorgersene e aprire alle nomination, ma siamo sicuri che è una buona notizia? Chi sta peggio, comunque, è Tolkien: arriveranno altri due Hobbit, presumibilmente altri due colpi al cuore di un luddista gentile. Ma forse la sua rivincita è già scritta: la critica americana ha storto il naso, e c’è chi teme che per questi nani sulle spalle dei giganti (i tre film del Signore degli Anelli) il viaggio al box office possa rivelarsi abbastanza inaspettato.

Il Fatto Quotidiano, 12 dicembre 2012