La storia di Emma, bambina malata di leucemia e guarita grazie a delle cellule immunitarie riprogrammate in laboratorio, “è una bellissima storia, che però avremmo potuto e dovuto raccontare noi italiani”. A pensarla così sono Ettore Biagi e Andrea Biondi, esperti della Fondazione Tettamanti – Clinica Pediatrica dell’Università di Milano-Bicocca. Sono passati esattamente due giorni da quando il primato dei ricercatori del Children’s Hospital di Philadelphia e delle loro ricerche sulla leucemia ha fatto il giro del mondo. “Una vera propria storia natalizia – commentano i due scienziati della Bicocca – un enorme progresso scientifico raccontato per l’ennesima volta dai colleghi statunitensi, quando questa stessa storia avremmo potuto e dovuto raccontarla noi italiani, ed in particolare noi di Monza, unico centro italiano pediatrico partecipante ad uno studio analogo di ricerca avanzata chiamato Childhope” (www.childhope.eu).

Ecco i motivi di questo ‘primato italiano mancato’: “Nel 2006 un gruppo di giovani ricercatori europei, di ritorno dagli Stati Uniti, scrive un progetto accolto e finanziato con entusiasmo dalla Cee con l’idea di riprogrammare le cellule immunitarie del midollo osseo per un particolare tipo di leucemia. Cinque milioni di euro, 10 centri europei coinvolti, cinque anni di durissimo lavoro, numerose pubblicazioni scientifiche per arrivare a dimostrare la fattibilità, l’efficacia e la sicurezza su modelli animali di questo nuovo approccio”. Nonostante i primi successi, raccontano i ricercatori, “qui inizia una storia infinita. L’Inghilterra comincia un faticoso percorso con l’EMEA nel 2010, l’agenzia predisposta alla valutazione di ogni nuova sperimentazione in Europa, e trova dopo quasi due anni il modo per ottenere l’approvazione del protocollo”. Ma mentre le cose procedono “per Inghilterra, Francia e Germania, per l’Italia il percorso si arresta” per diversi intoppi burocratici, non ultimo quello secondo cui non si ritengono gli standard del laboratorio francese di manipolazione cellulare “sufficientemente adeguati, mentre per gli altri Stati invece lo sono”. Burocrazia che, alla fine, “ci costringe quasi a ripartir da capo nel processo di approvazione”.

Insomma, secondo i ricercatori della Bicocca “oramai due anni fa noi possedevamo nelle nostre mani la stessa ‘arma’ contro la leucemia degli americani, molto più snelli e veloci nei processi burocratici. E noi italiani, intanto, siamo ancora nella fase complessa di interazione con i nostri enti regolatori cercando di fare del nostro meglio e di capire cosa ci manca per non considerarci inferiori ai colleghi europei. La conclusione vera è che anche i nostri bambini più gravemente malati potrebbero e dovrebbero poter raccontare, oggi stesso, la stessa storia raccontata da Emma. Perché il diritto alla vita – concludono – non ha barriere geografiche, tanto meno dovrebbe avere barriere burocratiche”.