Cerimonia Nobel per la pace all'Europa Oggi a Oslo in Norvegia i rappresentanti dell’Unione europea più uno squadrone di leader europei hanno ritirato il premio Nobel per la pace 2012. C’erano (quasi) tutti: Herman Van Rompuy (Consiglio), José Manuel Barroso (Commissione), Martin Schulz (Parlamento), e la maggior parte dei capi di Stato e di Governo tra i quali il presidente francese Francois Hollande, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il premier italiano Mario Monti. Assenti il premier britannico David Cameron (sostituito dal suo vice Nick Clegg), lo svedese Freidrik Reinfeldt e il ceco Vaklav Klaus (questi ultimi due dichiaratamente euroscettici). Ufficialmente il premio è stato attribuito all’Ue, nell’anno del suo sessantesimo anniversario, per la pace assicurata in Europa dopo le guerre mondiali, il contributo dato al processo di integrazione europea e il modello sociale fondato sul Welfare e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione. Ma alla luce della crisi economica che imperversa nel vecchio continente, le polemiche si sono rivelate scontate.

Alcuni hanno trovato grottesco attribuire all’Ue il Nobel per la pace in un periodo in cui in nome dell’Europa vengono imposte in molti Paesi membri misure di austerità draconiane. Altri puntano il dito sull’impotenza dell’Ue di fronte a situazioni di guerra reali, come la Libia ieri, la Siria oggi e Gaza ieri, oggi, e forse pure domani. A queste polemiche si è aggiunta la gaffe dei servizi audiovisivi di Bruxelles che nel video commemorativo “Europa, dalla guerra alla pace” prodotto in occasione del Nobel si sono dimenticati di citare l’Italia tra i Paesi fondatori (alla faccia di Altiero Spinelli, autore del Manifesto di Ventotene e alla cui memoria è intitolato il palazzo principale del Parlamento europeo di Bruxelles).

Ma guardiamo in faccia i fatti: è incontestabile che anche grazie al progetto politico, economico e sociale rappresentato dall’Unione Europea, il continente europeo stia vivendo il periodo di pace più lungo di tutta la sua storia millenaria. Non è un caso che a parlare di un’Europa unita furono proprio quei leader politici che uscirono dal disastro della seconda guerra mondiale, come il britannicissimo Winston Churchill, che parlava di “Stati Uniti d’Europa” all’Università di Zurigo in Svizzera nel 1946 quando David Cameron doveva ancora nascere (lo farà solo 20 anni dopo).

Tuttavia, sempre guardando in faccia i fatti, bisogna ammettere che “la pace non basta più”. Per chi non ha mai vissuto nemmeno lontanamente una guerra (come il sottoscritto) è difficile immaginare cosa vuol dire odiare e uccidere il proprio vicino (60 i milioni di morti dal ’37 al ’45). Può quindi risultare un azzardo attribuire all’Ue il premio Nobel dopo 60 anni di pace (con l’eccezione della guerra in Jugoslavia negli anni 90).

Le sfide che l’Unione europea si trova oggi ad affrontare non sono belliche ma fanno paura lo stesso. Si tratta della crisi economica, l’attacco al sistema del welfare come lo conosciamo oggi, lo strapotere dei mercati finanziari, il circolo vizioso che lega i bilanci delle banche e quelli degli Stati, la tenuta della moneta unica, l’invecchiamento della popolazione europea, i flussi immigratori interni ed esterni l’Europa, i vicini conflitti in Medio Oriente, e tanto altro. Sfide enormi per rispondere alle quali ci vorrà tanto impegno e sacrifici, ma soprattutto tanta volontà politica (Paesi nazionali permettendo).

Dopo la grande guerra ci furono insigni uomini politici che si sedettero attorno a un tavolo e con lo sguardo lungo decine d’anni (invece che fisso sull’ultimo sondaggio di gradimento) disegnarono l’Europa del futuro. Partirono con l’istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Dichiarazione Schuman nel 1950) e così via via attraverso il Trattato di Maastricht, che istituii l’Unione europea come la conosciamo oggi, fino a quello di Lisbona.

Ne uscì un progetto politico, economico e sociale sicuramente imperfetto ma che riuscì nello scopo di riportare la pace in un continente insanguinato. Oggi, si parla di unione e supervisione bancaria per evitare futuri collassi del sistema creditizio, unione economica e monetaria per garantire la tenuta della moneta unica, eurobond per dotare l’Europa di obbligazioni comuni e unione fiscale per coordinare autorità monetaria e politica soprattutto nei momenti di crisi. Staremo a vedere se servirà davvero a evitare il crack economico che ha gettato Stati interi nella disperazione. Alla luce di questo, il Nobel alla Pace può quasi essere considerato un premio di incoraggiamento.

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