Daria Bignardi è un uomo. È la prima cosa che ho pensato dopo aver finito di leggere il suo bel romanzo “L’acustica perfetta” (Mondadori). Sì, perché solo un uomo avrebbe potuto raccontare in maniera così coerente le vicissitudini di Arno Cange, narrate in prima persona con stile, linguaggio, forme e limiti prettamente maschili.

La ricerca di una moglie apparentemente normale, scappata a pochi giorni dal Natale per “stare un po’ da sola”, si trasforma in una rocambolesca ricerca di se stesso, in un vero e proprio libro d’azione dei sentimenti che ha la stessa intensità di un grande action movie hollywoodiano.

La Bignardi riesce a mettere nelle pagine del suo romanzo un’intensità emotiva che stupisce, se pensi che l’immagine pubblica della giornalista ferrarese è sempre stata così algida, cinica e distaccata. E invece “L’acustica perfetta” è un giro su ripidissime montagne russe emozionali, una ricerca del tempo perduto che ci accomuna tutti, un elettrocardiogramma bizzoso che tra aritmie, bradicardie e tachicardie alla fine trova un suo punto di equilibrio.

Conosciamo davvero tutto di chi ci sta accanto, di chi condivide con noi il letto e la vita di ogni giorno? Mette un po’ d’ansia porsi questa domanda. E molti di noi sono come Arno, non se ne curano finché non diventa troppo tardi. O forse no, perché quel viaggio interiore tra rivelazioni scabrose ed epifanie inattese che compie il protagonista, alla fine della storia assume un significato preciso e generale, che va al di là di uno scazzo con il nostro partner e persino di una traumatica separazione.

Daria Bignardi riesce nell’intento di tracciare, attraverso Arno, un identikit limpido di molti rapporti di coppia. Forse di tutti, in una certa misura.
Ci riesce bene, anche se da uomo (anzi da maschio, che è peggio) avrei preferito un po’ meno di colpevolizzazione di quel povero diavolaccio tonto di Arno che, in fin dei conti, è vittima della situazione almeno quanto la tormentata e fuggitiva Sara.

Difesa di genere a parte, “L’acustica perfetta” è stata, almeno per quel che mi riguarda, una piacevolissima sorpresa. Ritmo incalzante, rivelazioni e cambi di passo dosati con perizia e astuzia, uno stile maschile e quindi un po’ volgare che fa sorridere, se pensiamo che è uscito dalla penna della compitissima Bignardi. Da leggere assolutamente, quindi. E se fossi un produttore cinematografrico comprerei subito i diritti. Ne verrebbe fuori un gran bel film. Garantito.