Si abbassano le luci, alle cinque in punto: gli spettatori hanno appena terminato una studiatissima passerella e si sono sistemati. La Prima della Scala potrebbe finire tranquillamente qui, il resto è una scusa.

Intanto nel foyer i giornalisti confrontano freneticamente gli appunti e sono cronache surreali dove si mescolano parole sulla crisi di governo, sulle pellicce, sui poveri ragazzi che fuori, sotto la neve, s’incazzano in giacca a vento perché lo stato sociale è stato raso al suolo e il Paese impoverito. Li hanno messi, ormai da qualche anno, a una distanza che non si può definire di sicurezza: sono così lontani che non possono vedere chi entra.

La Prima, in sintesi, è un grande processo d’esclusione: un’ora prima le strade sono transennate e se non mostri un biglietto o un pass stampa non ti fanno passare. Ma anche dentro il concetto di “circolare liberamente” è ignorato: a ogni passo c’è una maschera (indossano inquietanti quanto eloquenti mantelli neri) che ti chiede con aria inquisitoria “Lei dove va?”. Nell’intervallo ministri e banchieri, mescolati e sovrapposti, si accomodano in un superprivè. Natalia Aspesi, una delle penne più illustri del giornalismo italiano, chiede di entrare e i signori della scorta la fanno passare. A chi osa domandare di poter fare la stessa cosa, viene risposto: “La signora è famosa, ha scritto molti libri. E lei?”.

Giornalisti e fotografi però sono tollerati perché hanno una funzione: che gusto c’è a escludere qualcuno se non glielo fai sapere? Appena inizia il primo atto una maschera arcigna sgrida i ritardatari e intima il silenzio: pensa che qualcuno sia venuto davvero a vedere l’opera e non a farsi vedere.

Vabbè, si obietterà, un po’ di realpolitik: questa Prima è da sempre un evento mondano. Mica ci si può stupire. Ma non stupisce nemmeno un fastidio, epidermico eppure sostanziale, che si prova di fronte a questo decadente spettacolo di inaudita volgarità. Non per moraleggiare sul tragico momento economico, ma queste persone, quasi tutte, non hanno né il senso del ridicolo né la più vaga idea di cosa sia l’eleganza. E di bellezza se ne respira poca. Così la Prima è un giro di giostra dove l’attrice Tea Falco si presenta con un uccello del paradiso in testa creato da un designer che l’accompagna, Valeria Marini annuncia le sue nozze per l’11 maggio (e chi se ne frega), avvolta in un abito di velluto senza la schiena.

 Ma si potrebbe andare avanti per ore a raccontare la tristezza delle signore che si fermano con i giornalisti per esser certe che si sia capito bene chi è lo stilista, da dove arrivano i gioielli.

 Ecco cosa è rimasto degli anni ’80: questa insopportabile, cafonissima, ostentazione della diversità per censo. La parola sobrietà è diventata vuota come tutte le bandierine: allora diciamo misura, diciamo sentimento del tempo in cui si vive. Di certo alla piscina Cozzi, o nell’assai più elegante cinema Mexico (due dei luoghi dove il Comune ha allestito le proiezioni del Lohengrin), qualcuno l’opera l’ha ascoltata.

Il Fatto Quotidiano, 9 Dicembre 2012