In un curioso sfogo della ex presidente storica dell’Associazione nazionale magistrati italiani (Anma) pubblicato (a pagamento!) sullo spazio mensilmente comprato dall’Anma su Italia Oggi per esporre le periodiche rivendicazioni di categoria al grande pubblico, Linda Sandulli ha definito “elezioni d’elite”  quelle del giudice costituzionale in quota giurisdizione amministrativa, che, come noto, è scelto ogni 9 anni dal Consiglio di Stato.
Certamente non sono contento neanche io di vedere sedere nel più alto organo di giustizia del Paese un magistrato che per lungo tempo ha servito i potenti della prima repubblica (i cui “tecnici” sembrano essere immortali e sono loro sopravvissuti), quale è l’ultrasettantenne Giancarlo Coraggio (scelto, tra l’altro, dai governi De MitaAndreotti quale vice segretario generale di palazzo Chigi, cfr. www.giustizia-amministrativa.it alla voce “Il Presidente”) e che terminerà il proprio mandato a ottanta anni suonati, ma le proteste dei giudici Tar rasentano a mio avviso la contraddittorietà e sfidano le regole della logica.
Infatti, la ex presidente contesta che mentre per la Corte dei Conti il giudice costituzionale è eletto da tutti i magistrati (e non potrebbe essere diversamente, essendo una giurisdizione unitaria!), il giudice costituzionale in quota “Consiglio di Stato” dovrebbe essere scelto anche dai giudici TAR.
Non può però non evidenziarsi che anche i 3 giudici scelti dalla Corte di cassazione sono eletti solo dai giudici che prestano servizio presso tale ufficio e non dai giudici di tribunale o di corte di appello. È logico, coerente, chiaro. Non si presta ad equivoci.

E invece no. I giudici Tar vorrebbero votare anche loro il giudice costituzionale e spiegano la propria rivendicazione sulla circostanza di fatto che, mentre in Cassazione siedono diverse centinaia di giudici, in Consiglio di Stato sono un centinaio (e allora?, verrebbe da dire).
Francamente, leggendo e rileggendo le rivendicazioni dell’Anma non ne comprendo davvero il senso.
Posso però prevedere gli effetti di una simile rivendicazione: i giudici Tar possono arrivare al Consiglio di Stato per anzianità, ma la maggior parte (i più bravi, a meno di non voler contestare la regolarità dei concorsi, cosa che l’Anma si guarda bene dal fare) arrivano in tale ufficio per concorso (e quindi hanno da sempre la maggioranza nella votazione del Giudice costituzionale) e, in quota ancora minore, per nomina governativa. Se i giudici Tar potessero votare ed essere eletti, finirebbe invece per essere eletto sempre un ex giudice Tar , potendo contare su circa 400 voti dei giudici di primo grado.
Difatti, alla Corte dei Conti succede esattamente questo e, con le solite logiche, finiscono per sedere alla Corte Costituzionale i giudici maggiormente impegnati nella attività associativa, essendo i più conosciuti.

Ecco quindi svelato il “dietro le quinte” di questa illogica e davvero curiosa rivendicazione.  

L’unico quesito cui val la pena di rispondere, a mio avviso, è invece se meriti davvero uno spazio a pagamento su un importante quotidiano nazionale la lamentela dell’ex presidente dei giudici Tar, che, priva di qualsivoglia argomento tecnico, implica invece dei ben possibili (e non dichiarati) vantaggi per i “capi” delle correnti interne. Ciò, senza nemmeno contare che tale soluzione necessiterebbe addirittura di una improbabile modifica dell’art. 135 della Costituzione repubblicana! 

Piuttosto, io penserei invece a come vietare che i magistrati Tar acquistino spazi a pagamento per le proprie rivendicazioni di categoria e a come precludere l’elettorato passivo per la nomina alla Consulta a chi ha servito i potenti in ruoli chiave di Governo, magari facendo leva sul requisito della indipendenza: chi ha lavorato per anni al servizio dei politici di turno è davvero il più indipendente dei magistrati?