Non più tardi di una settimana fa la Palestina otteneva il voto favorevole dell’Assemblea Generale dell’Onu alla sua promozione da “non-Stato osservatore” a “Stato osservatore non-membro”. Sembra un gioco di parole ma è il linguaggio della burocrazia internazionale. In ogni caso, giusto per capirci, la posizione che prima spettava alla OLP (in quanto rappresentante del popolo palestinese) di osservatore permanente all’Onu era sostanzialmente quella riconosciuta ad un numero di organizzazioni intergovernative, come l’Unione Europea o ad altre, come il comitato Olimpico Internazionale, mentre ora si trova in compagnia del Vaticano, unico altro Stato-osservatore che non è membro delle Nazioni Unite.

Il tanto agognato riconoscimento della Palestina come 194esimo Stato membro dell’Onu non è dunque avvenuto (a dispetto delle migliaia di persone che hanno postato gioiose foto con la bandiera palestinese e la scritta 194 ben in vista su qualche parte del proprio corpo). Il potere di ammettere la Palestina tra gli Stati dell’Onu spetta infatti solo al Consiglio di Sicurezza e non all’Assemblea Generale. È noto del resto come l’iniziativa di Abu Mazen dello scorso anno sia miseramente naufragata per via della invincibile opposizione di alcune forze politiche non esattamente irrilevanti sullo scacchiere internazionale (leggi USA).

Non è cambiato dunque nulla a seguito del voto del 29 novembre? Si è trattato solo di un passaggio simbolico? In realtà è vero che gran parte del significato della risoluzione dell’Assemblea Generale sulla Palestina va trovato sul piano simbolico: il fatto che la stragrande maggioranza dei paesi del mondo abbia votato a favore è un simbolo politico nettissimo, che non può essere ignorato. Come non possono essere ignorati riposizionamenti come quelli della Germania (storicamente sempre e comunque alleata di Israele, per ragioni facilmente comprensibili), che anziché votare no – come annunciato – si è limitata ad astenersi. L’Italia stessa del resto che aveva annunciato l’astensione, ha votato sí. Alla fine i no, a parte gli Stati Uniti, il Canada ed Israele stesso, sono arrivati letteralmente solo da un pugno di Stati (perdonatemi) irrilevanti sul piano internazionale.

La Palestina non è Stato membro dell’Onu, il significato del voto è più che altro politico/simbolico e tuttavia molto è cambiato con il voto del 29 novembre, e la dimostrazione giunge proprio da quanto avvenuto in questa settimana.

Le misure intraprese da Israele in risposta all’iniziativa di Abu Mazen non si sono fatte attendere. Come ampiamente anticipato, il primo ministro israeliano Netanyahu ha annunciato la decisione di costruire qualcosa come 3.600 case e unità abitative nelle colonie circostanti Gerusalemme-est occupata. La diplomazia internazionale è in stato di allerta; sono ormai numerosi i paesi europei che hanno convocato i rispettivi ambasciatori israeliani per avere spiegazioni rispetto ad una mossa percepita come uno schiaffo in pieno volto.

La mossa di Netanyahu è particolarmente violenta in quanto prevede di dare corso ai progetti (giá da tempo approvati ma mai realizzati) di costruzione nell´area c.d. E1, un’area che si estende tra la colonia di Ma’ale Adumin e Gerusalemme. Come nota l’organizzazione per i diritti umani B’Tselem, tale progetto comporta la divisione della Cisgiordania in due aree separate, nord e sud, e rende ancora più esacerbato l’isolamento di Gerusalemme-est dal resto della Cisgiordania occupata. Come molti commentatori stanno scrivendo in questi giorni, tale progetto significa sostanzialmente e senza mezzi termini la fine di ogni possibile “two-state solution, ossia della creazione di uno Stato palestinese accanto ad Israele.

Lo Stato palestinese che la scorsa settimana è entrato come osservatore non-membro all’Onu esiste solo sulla carta. Già oggi il suo territorio è una sorta di groviera bucherellato, dove le colonie, e tutto l’apparato militare che vi sta intorno, si stanno mangiando quotidianamente il poco formaggio rimasto attorno ai buchi. Gerusalemme è già praticamente irraggiungibile. Gaza, poi, su un altro pianeta… Chi ha visitato il paese in questi anni sa di cosa parlo. La soluzione dei due Stati da tempo non convince più (specie nell’interesse dei palestinesi stessi) eppure viene tenuta in vita perché è l’unica compatibile con la pretesa israeliana di rimanere uno Stato ebraico, cosa che chiaramente non potrebbe più essere una volta incorporati circa 4 milioni di palestinesi.

Ma quel che a mio avviso va tenuto a mente in questi giorni è che la costruzione di colonie nel territorio palestinese occupato – oltre ad essere un suicidio politico per Israele – è illegale, ai sensi, tra l’altro dell’art 49 della IV Convenzione di Ginevra del 1949, e può costituire un crimine di guerra ai sensi dell’art. 8(2)(b)(viii) dello Statuto della Corte penale internazionale.

Per questo appare vergognoso che alcuni governi europei abbiano ripetutamente, più o meno velatamente, minacciato l’autorità palestinese di non fare ricorso alla Corte penale internazionale una volta ottenuto il riconoscimento sul piano Onu, pena perdere il loro supporto. Come se il legittimo diritto delle vittime dei crimini di guerra commessi a Gaza o nella Cisgiordania, di adire la giustizia internazionale di fronte alla totale impunità che regna nella regione, fosse una merce di scambio negoziabile sul piano politico.

A parte il fatto che il ricorso alla Corte penale internazionale da parte della Palestina non necessita necessariamente della risoluzione Onu del 29 novembre scorso (come ho spiegato in altre sedi), ma proprio noi europei che abbiamo tanto lavorato e fortemente voluto una Corte penale internazionale indipendente e non politicizzata stiamo ora minando il sistema alle sue fondamenta?