Ecco” è il titolo scelto per il settimo album di Niccolò Fabi, forse il più bello della sua carriera, sicuramente il più completo. E a confermarlo c’è anche il fatto che per la prima volta in 15 anni di carriera, Fabi è entrato nella top five degli album più venduti. Un disco nato da un forte desiderio di libertà, seguendo l’ispirazione del momento più che un progetto scritto a tavolino “Ecco” è la sintesi di uno stato d’animo complesso, spaventato dalla felicità e scosso dal timore di perderla a un passo, come già capitato del resto. Viatico al momento della gioia che ti fa sragionare, quella che vivi quando ti accorgi che si è fermato il tempo, che è successo qualcosa di bellissimo, un desiderio espresso quand’eri bambino che s’appresta a essere esaudito.

Niccolò Fabi oggi ha 44 anni e sette album alle spalle. A Roma si parla ancora di un gruppo di giovani musicisti che si esibivano fino a notte inoltrata presso Il Locale di Piazza Navona…
Sono passati ormai quasi vent’anni da quando nei pressi di Piazza Navona ci esibivamo al Bar del Fico… A quei tempi avvenne un piccolo miracolo perché in quel locale, gestito da una ventina di soci fra attori e musicisti in erba, c’era la possibilità per tutti di avere grandi prospettive. Non si doveva sottostare ad alcuna scelta editoriale, non c’erano particolari richieste da parte dei gestori come ad esempio l’obbligo di eseguire cover. Ognuno faceva la propria proposta senza aver l’obbligo del profitto.

Sono queste le condizioni alla base di ogni movimento artistico che voglia proporre o cercare di fare qualcosa di nuovo…
E noi avevamo la possibilità di sperimentare senza avere l’assillo di dover portare un minimo di 70 persone per poter suonare come succedeva altrove. In questo modo è stato possibile creare l’ambiente ideale. La voce si è subito sparsa e casualmente, in quel locale, si sono ritrovate personalità di buon livello che ascoltandosi, Daniele Silvestri, Federico Zampaglione, Max Gazzè, Riccardo Senigallia, frequentandosi tutte le sere, sono cresciute e migliorate insieme. In più, avevamo l’età perfetta, tutti tra i 24 e i 26 anni. Insomma, non eravamo né troppo piccoli, né troppo grandi. E la coincidenza di questi tre fattori, il luogo, l’età, e il caso, ha fatto sì che potessimo emergere.

A un certo punto cominciano ad arrivare i primi contratti.
Esatto, dandoci così anche lo stimolo professionale che ci mancava. Nel giro di quattro/cinque anni quasi tutti firmammo per una casa discografica, come se fosse la cosa più facile al mondo. È indiscutibilmente vero che riuscimmo a prendere in corsa l’ultimo treno che il mondo discografico mise a disposizione. Io firmai un contratto 3+2 cosa oggi irrealizzabile per un emergente.

Dal punto di vista musicale, qual è stato l’aspetto più interessante?
In quel periodo, dal punto di vista musicale, stilistico e artistico, la ‘romanità’ di quel gruppo di cantautori si aprì alle influenze esterne. Si cercavano molti punti di contatto, tanto che oggi vedo molte più affinità con il concetto di balotta hip hop, più di posse, di crew che con il classico cantautore alla De Gregori, isolato, che si scrive le proprie canzoni. Noi, in realtà, utilizzavamo le nostre canzoni, scritte e ispirate da esperienze personali, interagendo sul palco come si fa nel rap. Facevamo free style, e non dal punto di vista estetico, con felpe, cappucci e movenze particolari…ognuno aveva la propria chitarra, senza pose. Ecco, credo sia questo l’aspetto più interessante di quei tempi. La nostra cifra stilistica, quella della scuola romana.

Nel disco c’è una canzone intitolata “Indipendente” con spunti che inducono in riflessioni stimolanti. Qual è la differenza principale tra il cosiddetto mainstream e l’ambiente indie?
Avendo conosciuto sia artisti affermati sia emergenti, posso dire che le caratteristiche comuni che hanno chi ce la fa – prescindendo dall’aspetto tecnico-artistico – è che sanno cosa vogliono e pensano e ragionano sulla propria vita con un’intensità e dedizione, non dandosi scuse o accampando giustificazioni. E poi ho notato, rispetto al cosiddetto mainstream che in genere gli indie si prendono troppo sul serio e spesso con presunzione… non c’è ironia. Mai.

Canzoni come “I Cerchi di Gesso”, “Una buona Idea” e la stessa title track presentano una poetica tipica delle opere del Montale. Poche parole sufficienti a far scaturire un dialogo con le cose, la natura, i paesaggi. E un sentimento di dignità profondo, essenziale.
Credo che il compito che abbiamo noi artisti sia quello di fornire a persone che non hanno la fortuna di avere una giornata da dedicare a questo tipo di osservazioni o forse che non hanno neanche la sensibilità per poter cogliere la profondità delle cose in maniera così nitida, elementi per vedere la realtà in modo diverso, come fa la poesia. Trasformare di fronte ai tuoi occhi un’immagine comune come in un sogno, in una fuga dalla realtà. Riguardo alla poetica, c’è un aspetto nella scrittura dei testi che è molto legato alle immagini della realtà. Non concetti o pensieri astratti. E le scene tratte dalla ordinaria realtà diventano porte d’accesso per altri mondi.

Non indichi però una via di fuga dal male di vivere, un modo per sfuggire alla divina indifferenza.
Bè, le canzoni – parlo del mio caso – sono premesse, dei punti di partenza, non diamo loro troppe responsabilità. Sono fatte di poche parole e la loro bellezza sta nel fatto che non possano essere approfondite, ma evocative quello sì. Del resto, la canzone d’autore non è un trattato sociologico, né può essere un romanzo, quindi inevitabilmente ha altre caratteristiche… come quella di indirizzare, a livello di significato, grazie all’espressione che si utilizza nel canto e alla grazie musica.

Ha collaborato Andrea D’Elia