L’Italia della crisi aguzza l’ingegno. Per alcuni potrebbe essere solo la faccia – la più ricorrente? – della disperazione. Giudicherete voi, attenti lettori del Fatto. I numeri per ora raccontano un fenomeno che in Italia è in via di moltiplicazione: cresce il numero di coloro che hanno un doppio lavoro. Spesso sono dipendenti a tempo indeterminato, determinato o con contratto a progetto che, oltre alle loro ore di lavoro a tempo pieno o part-time, associano un’altra attività prevalentemente legata ad una passione tenuta nel cassetto (ma attenzione, non sempre).

A fotografare questo fenomeno – specchio di tempi incerti? – è stato il mensile Milionaire, che alcuni mesi fa ha snocciolato dati significativi: sono 5 milioni gli italiani che hanno un doppio lavoro, addirittura 3,5 milioni coloro che ce l’hanno nei servizi, 900.000 nell’agricoltura (un dato significativo, espressione di un trend che vede in crescita il settore green). Sulla piazza di Milano il 38% dei lavoratori dichiara di aver avviato negli ultimi tempi un secondo lavoro.

Alcuni mesi addietro, sulla scia di questo crescente ‘movimento’, è intervenuto Mauro Magatti, Preside di Sociologia all’Università Cattolica di Milano: “La molla principale è la ricerca di un guadagno in più. Ma a questo si aggiunge l’aspetto psicologico: il secondo impiego è una difesa contro le incertezze generate dalla crisi”.

Tra le storie più note c’è quella di Andy Hayler, e arriva da Oltremanica (dove la pratica del doppio lavoro si sta moltiplicando, soprattutto negli ultimi mesi). Da programmatore per una compagnia petrolifera Andy ha fatto diventare la sua passione per la cucina un secondo lavoro: è riuscito negli anni a mangiare in quasi duemila ristoranti della guida Michelin, pagando spesso di tasca propria. Poi Andy ha fatto quel passaggio che per molti è alla base della seconda attività: l’ha reso sostenibile, ha lasciato il suo impiego e ora fa il blogger-degustatore (temutissimo) a tempo pieno.

Storie all’americana per favoleggiare, dirà qualcuno. Sullo sfondo restano però gli interrogativi. Di tutte le storie di lavoratori con un secondo lavoro, chi davvero lo intraprende per scelta e passione e chi invece ci approda per necessità? Dal nostro osservatorio – quello legato al portale wwworkers.it – registriamo tante storie, non tutte a lieto fine. Anche in questo caso è il tempo che tira le fila.