Qualche giorno fa, Jihad Makdissi, portavoce del Ministero degli esteri siriano dal 1998 al 2012, ha defezionato dal regime e sembra che ora si trovi a Londra. Il governo siriano, dal canto suo, ha dichiarato, tramite la televisione Al Manar, organo informativo di Hezbollah, che Makdissi sarebbe stato licenziato dal Ministero. Una dichiarazione (giustificazione) analoga era stata data dal governo quando Ryad Hajab, ex Primo ministro, aveva disertato le fila del regime riparando con tutta la famiglia in Giordania.

La diserzione di Makdissi è un altro segnale importante del disgregamento che gli apparati di governo stanno subendo, anche se il centro del potere del regime rimane saldamente in mano alla famiglia Assad e ad altri gruppi famigliari a loro ricollegati. La domanda che in questi giorni ci si pone è “Assad userà le armi chimiche?”. Il governo di Damasco sa a cosa andrebbe in contro nel caso le adoperasse contro il suo popolo. Il monito di Obama è chiaro “c’è una linea rossa da non oltrepassare, altrimenti interverremo”. Il timore è che nelle ultime battute conclusive di questa crisi che dura da quasi due anni il regime decida di adoperare le armi chimiche, come il gas nervino, magari bombardando proprio Damasco, dove si giocherà la partita finale.

L’unica costante che davvero si è avuta in questi quasi due anni è la titubanza della Comunità Internazionale. La loro indecisione sulla strada da percorrere ha prodotto questo macello a cielo aperto (attenzione il video mostra immagini di forte impatto). Il monito di Obama ad Assad sull’uso delle armi chimiche, oggi, suona ridicolo, perché solo se Assad dovesse usarle la Nato sarebbe pronta a intervenire, altrimenti continui pure ad ammazzare, bombardando le città con i suoi aerei. Viene dibattuto molto spesso il ruolo di Arabia Saudita e Qatar nel finanziare l’opposizione siriana. Sul peso di questi aiuti, ritengo sia utile tener conto delle pessime condizioni dei 500 mila profughi siriani nei paesi limitrofi e gli oltre 2,5 milioni di sfollati interni al paese che spesso la notte trovano riparo sotto gli ulivi.

I soldati dell’Esl, i terroristi, come li ha chiamati spesso Makdissi nelle sue conferenze stampa, possiedono armi leggere e le loro fonti di approvvigionamento sono le armi lasciate dietro dai soldati lealisti che scappano. In Siria c’è un problema: più questa situazione va avanti e la Comunità Internazionale non cerca una soluzione, che può non essere l’intervento militare, e più il paese si avvicina al disgregamento sociale. Mentre assistiamo a tutto questo, noi rimaniamo spettatori passivi e giudici di questo tragedia.