Immaginiamoci se il governo italiano prima di far partire il progetto della Tav avesse messo intorno ad un tavolo aziende, politici e comunità locali. Se nel frattempo le aziende e i ministeri avessero pubblicato on line i rischi ambientali e non solo quelli e se un team di persone avesse valutato la potenziale reazione delle popolazioni locali, la loro componente sociale, quanti anziani, quanti giovani. E quante possibilità di protesta si sarebbero potute verificare, estendendosi a questioni extra progettuali.

Non è facile immaginarsi uno scenario del genere: eppure l’Italia è una “democrazia”. In Cina, invece, dove la vulgata comune associa al nome del paese il termine “dittatura” – e non sono esenti caratteristiche che la possono far definire tale – a margine del Congresso, il governo di Pechino ha deciso di avviare dei “test sociali” obbligatori prima di ogni grande opera.

Si deve costruire una diga, ampliare una fabbrica chimica, costruire un ponte? Si interrogano le popolazioni colpite dai cambiamenti e si valuta quanto il progetto può “impattare” socialmente. Nello stesso momento l’azienda che dovrà costruire la “grande opera” deve mettere on line un piano di rischio nel quale evidenziare i potenziali danni ambientali e per il sistema circostante.

L’annuncio dei “test sociali” è giunto in concomitanza del diciottesimo Congresso del Partito, in cui diversi alti funzionari hanno affrontato questioni sociali in vista della decennale transizione di potere nella leadership cinese. “Non ci sono grandi progetti che possono essere avviati senza una valutazione dei rischi sociali – ha detto Zhou Shengxian, il ministro dell’ambiente – In questo modo spero che riusciremo a ridurre il numero di incidenti di massa in futuro”.

I cinesi indicano con il termine “incidenti di massa” qualsiasi protesta, rivolta, manifestazione, scontro tra autorità e popolazione avvenga sul proprio territorio. Per capirci anche gli scontri di Tienanmen, nel 1989, vennero catalogati come incidenti di massa. Non ci sono numeri precisi, perché da un certo punto in poi la Cina non ha più comunicato ufficialmente alcuna notizia circa le proteste sul proprio territorio. Se ne contano – secondo gli osservatori – almeno un centinaio di migliaia all’anno. E dalle proteste specifiche – per un progetto particolare – la Cina non vuole correre il rischio che la protesta possa tingersi di valenze anti partito comunista. Come testimoniato dalle recenti manifestazioni ambientaliste, infatti, oggi le rivolte non sono più effettuate da persone anziane senza più niente da perdere, ma facilmente controllabili, bensì dai tanti giovani, figli della nascente classe media, che ormai chiedono un livello della qualità di vita più elevato.

Il governo nazionale aveva già comunicato tempo addietro di aver fatto partire studi per “condurre la valutazione dei rischi sociali”, e l’attuale piano quinquennale che arriva fino al 2015 creerà un meccanismo per effettuare tali valutazioni. Alcuni governi locali e provinciali già dispongono di procedure per valutare se una comunità rifiuterà un progetto previsto, separatamente dalla valutazione dei rischi ambientali. Zhou ha specificato che il Consiglio di Stato – l’organo esecutivo cinese – ha ordinato che “nessun progetto grande sia più avviato senza una valutazione dei rischi sociali”, come dichiarato da Ma Jun, direttore dell’Istituto di affari pubblici e ambientali, uno dei più noti gruppi ambientalisti di Pechino.

Dal primo settembre a tutte le agenzie governative in Cina è stato ordinato di rendere pubbliche tutte le valutazioni di impatto ambientale mediante la pubblicazione su Internet, con una descrizione delle valutazioni che il governo effettuerà. Non sono state fornite descrizioni circa il modo in cui le disamine dei rischi sociali saranno condotte, ma il governo ha indicato che includeranno lo studio delle probabilità che un progetto possa scatenare una reazione pubblica. Non sarà democrazia, ma è un primo passo verso l’ascolto dei bisogni della popolazione.

di Simone Pieranni