Si è chiusa all’una, dopo un’ora e mezzo, l’udienza pubblica in Corte Costituzionale sul conflitto d’attribuzione sollevato dal Capo dello Stato nei confronti della Procura di Palermo. La Consulta è chiamata a decidere sulla questione delle intercettazioni indirette di alcune conversazioni telefoniche di Giorgio Napolitano con l’ex ministro Nicola Mancino, le sui utenze erano state messe sotto controllo su mandato dei pm palermitani che indagano sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Il nodo da sciogliere è quello dell’intercettabilità del capo dello Stato. La decisione arriverà probabilmente già in serata. Con l’udienza in questione, infatti, sono terminate le udienze iscritte al ruolo di oggi: i giudici, quindi, dopo una pausa per il pranzo, si riuniranno nel pomeriggio e, presumibilmente, riusciranno a concludere l’esame. In udienza si è presentato anche il procuratore capo di Palermo Messineo. “Sono qui perché credo sia un momento interessante: ma non faccio nessuna previsione né parlo di stati d’animo” ha detto il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, presente all’udienza. “Non ho mai visto un’udienza di fronte alla Consulta – ha aggiunto – e mi interessava assistervi”.

Ad illustrare la vicenda di fronte alla Corte sono stati i giudici relatori, Gaetano Silvestri e Giuseppe Frigo: il primo ha illustrato la posizione espressa nel ricorso predisposto dall’Avvocatura generale dello Stato per conto del Quirinale, e il secondo la posizione della Procura, che ha chiesto l’inammissibilità del ricorso. Gli avvocati delle parti sono l’Avvocato generale dello Stato Giuseppe Dipace e i colleghi Antonio Palatiello e Gabriella Palmieri per il presidente della Repubblica; e gli avvocati Alessandro PaceMario Serio e Giovanni Serges per la Procura di Palermo.

I legali della Procura: “La soluzione potrebbe essere il segreto di Stato”
Una “soluzione lineare sarebbe il ricorso al segreto di Stato”. Lo ha sostenuto il professor Alessandro Pace, che davanti alla Corte rappresenta la Procura. “Il Presidente della Repubblica – ha spiegato Pace – potrebbe chiedere al Presidente del Consiglio, dopo avergli illustrato i contenuti delle conversazioni intercettate, di valutare se ricorrano i presupposti previsti dalla legge sul segreto di Stato. Questa via potrebbe consentire la salvaguardia della riservatezza delle conversazioni del Capo dello Stato”. Il professor Pace ha così concluso la sua arringa davanti ai giudici costituzionali. Pace, inoltre, ha anche ricordato che una vicenda simile “è accaduta qualche mese fa in Gran Bretagna, dove l’Attorney General ha vietato la pubblicazione di lettere del Principe di Galles che, secondo la Corona, avrebbero messo a rischio il Regno Unito”.

Pace, poi, ha ribadito quanto già espresso negli atti depositati in questi mesi alla Consulta: “Il fatto fortuito non può costituire oggetto di divieto – ha osservato – si può vietare a qualcuno di scivolare su una strada ghiacciata?”. E ancora: l’articolo 90 della Costituzione “prevede come eccezioni per la responsabilità del Capo dello Stato l’alto tradimento e l’attentato alla Costituzione. Mi auguro non accadrà mai – ha affermato Pace – ma se tra tanti anni si scoprisse da un’intercettazione fortuita che un presidente della Repubblica sta progettando un colpo di Stato cosa dovrebbe fare il pm, distruggere il file?”.

L’avvocato dello Stato: “Il Colle non poteva far altro che sollevare il conflitto”
In ogni caso non poteva fare altro il presidente della Repubblica, se non sollevare il conflitto di attribuzione davanti alla Consulta. Lo ha sostenuto l’avvocato generale dello Stato, Michele Dipace. Giorgio Napolitano “è del tutto estraneo al processo e dunque non può reagire con strumenti processuali. Sollevare il conflitto di attribuzione era una via obbligata”. Dipace ha sottolineato che con le intercettazioni che coinvolgono indirettamente il capo dello Stato “è stato violato il principio di assoluta riservatezza delle conversazioni del presidente della Repubblica”, principio che tutela “l’interesse del Paese”.

Un “vulnus” per la riservatezza delle conversazioni del presidente della Repubblica, che si aggraverebbe se vi fosse “una divulgazione” delle intercettazioni. “Non si tratta di tutelare un privilegio – ha detto in udienza l’avvocato dello Stato Gabriella Palmieri – ma una prerogativa di chi svolge funzioni di altissimo livello, rappresentando l’unità nazionale”. I pm di Palermo, dunque, secondo gli avvocati dello Stato, “non potevano omettere di interrompere” l’attività di intercettazioni, una volta accortisi che riguardavano anche il presidente Napolitano, e comunque non dovevano omettere di chiedere al gip di distruggerle subito, senza contraddittorio tra le parti e senza valutarne l’eventuale rilevanza”. Del tutto diversa, invece, l’azione dei magistrati, osserva l’avvocato generale Dipace: “Quelle intercettazioni sono in un fascicolo stralcio: persiste tuttora l’omissione di richiesta al gip di distruzione”.