All’ingresso in scena, nel buio dell’Auditorium Manzoni, lampi di luce e l’incipit violento di 21st Century Schizoid Man introducono Greg Lake che,  la canta con voce bellissima, che non ha perso smalto né timbro, dandoci emozioni grandissime. Una versione riarrangiata in cui lui suona sulle basi preregistrate, Greg Lake è solo sul palco per questo “Songs of a Lifetime” tour, ma la sua presenza è tale da non lasciare vuoti.

La voce perfetta con quella capacità interpretativa che conosciamo e che ancora gli permette di porgere con leggerezza le canzoni e, proprio per questo ancora più veramente drammatica, di quella strana band che furono i King Crimson. Lake si racconta e parlando di sé parla di loro, di come nessuno di loro suonasse le cose che lo avevano portato alla musica e come lui e Robert Fripp andassero a lezione dallo stesso maestro di chitarra “… quindi sapevo sempre cosa avrebbe fatto dopo…”. 

Ecco sono passati appena cinque minuti e il pubblico è già totalmente conquistato e pende dalle sue labbra dopo appena una canzone. Parla delle origini, della musica che l’ha fatto innamorare e condotto a spasso per il mondo, parla di Elvis Presley, di quando nel day off di una tournèè andò a vedere il suo show in un hotel di Las Vegas. Allora era lui a stare a bocca aperta anche durante la sigla, Also Sprach Zarathustra di Richard Strauss che sulle prime gli sembrava quasi non c’entrare nulla, ma poi si apre il sipario e c’è Elvis di schiena, illuminato con un faro dal basso e la sua ombra proiettata sul muro era alta sei/sette metri e attacca Jailhouse Rock e poi subito Hound Dog e due donne cadono svenute, poi Heartbreak Hotel e un’altra donna cade svenuta… “Lì – dice – ho capito che non avrei mai potuto arrivare a quei livelli che avevo visto raggiungere prima solo dai Beatles”.

In suo onore Lake suona appunto Heartbreak Hotel e lo fa con una veemenza che fa dubitare dei suoi effettivi 65 anni. Poi, snocciolando altre chicche dei King Crimson come Epitaph e I Talk to the Wind che suscitano brividi e pelle d’oca negli spettatori, passa a ricordare i Beatles. “La più grande band mai esistita” e elogia particolarmente Ringo Starr “… un batterista splendido, sempre sottostimato…” quindi passa a suonare la loro You’ve Got to Hide Your Love Away, un pezzo particolarmente difficile da affrontare da soli, ma esce bene anche da questa prova.

Da quando è sul palco Lake ha già usate quattro chitarre acustiche Gibson e un Fender Jazz Bass, può ben permetterselo, del resto la matrice folk della sua musica richiede proprio questo. Nella seconda parte affronta la sua seconda vita, quella con gli Emerson Lake & Palmer, degli altri due non dice niente, ma quando suona Lucky Man un’ovazione la accoglie, non è solo nostalgia, si tratta di un musicista grande che senza fretta passa da un brano musicale meraviglioso e baciato dal successo ad un altro ugualmente bello. Dopo Brain Salad Surgery Lake si cimenta con altre cover come Shakin’All Over degli Who e in People Get Ready di Curtis Mayfield per la quale usa una tastiera. No, non è nostalgia, la cifra musicale espressa da Greg Lake è davvero enorme.

di Roberto Serra e Fabio Testoni