‘Il futuro di Internet passa per Dubai’ è la frase che ha accompagnato l’apertura della Conferenza mondiale sulle telecomunicazioni internazionali. Negli Emirati Arabi Uniti oltre duemila delegati di 193 Paesi si sono riuniti oggi per negoziare gli aggiornamenti alle Regole internazionali delle telecomunicazioni (Itrs), ossia il documento che regola il funzionamento delle reti a livello internazionale e nazionale, datato tuttavia 1988, epoca in cui internet non era ancora diffuso.

Un nuovo trattato, sottolinea l’Itu, servirà a garantire il libero flusso delle informazioni, a promuovere un equo accesso per tutti e a mettere le basi dell’innovazione e dello sviluppo del mercato”. Tuttavia, temono i critici, le nuove regole darebbero ai singoli Stati il potere di censurare e farebbero venire meno il principio di un Internet libero e aperto, come denunciato da un editoriale del New York Times che paventava il rischio di “manette per la rete”. Le discussioni, convengono molti analisti, si protrarranno tuttavia ben oltre i dodici giorni della conferenza voluta dall’Unione internazionale per le telecomunicazioni, o Itu, l’agenzia Onu che si occupa di questi temi.

Al centro del dibattito c’è la questione di chi governerà la Rete. Tra i motivi del contendere l’ipotesi di passaggio di poteri dall’Icann, l’ente no-profit statunitense che gestisce i principali domini di siti web, all’Itu stesso,organismo nato 147 anni fa quando ancora si occupava di telegrafi e incorporato alla fine degli anni Quaranta all’interno delle Nazioni Unite.

Il ruolo degli Stati Uniti nell’attuale gestione di internet – l’Icann risponde di fatto al dipartimento del Commercio statunitense – fa sì che i blocchi contrapposti vedano schierati da una parte le potenze emergenti come la Russia e la Cina, dall’altra gli Usa e l’Unione europea, in sintonia con le grandi società del settore, Google su tutti, molte delle quali, va sottolineato, statunitensi.

“Ci sono proposte che premono per un approccio invasivo dei governi nella gestione di interne”, ha sottolineato la scorsa settimana Terry Kramer, ambasciatore Usa alla conferenza. Per il Parlamento europeo, invece, l’Itu non è l’organismo adatto a gestire la questione. Sotto accusa è stata anche la scarsa trasparenza dell’organizzazione, cui ha posto rimedio il sito WticLeaks.com, gestito da Jerry Brito e Eli Dourado, ricercatori della George Mason University che hanno messo online alcune proposte dei singoli stati. La Russia, per fare un esempio, propone nuovi sistemi per limitare l’accesso ad alcuni contenuti in base alla propria posizione geografica, chiamando in causa il diritto sovrano di regolare la propria porzione di rete. I Paesi arabi chiedono più poteri per filtrare i contenuti. Certo, come dimostrato dal recente blocco della rete siriana o con le difficoltà che spesso si trovano a navigare in Paesi come la Cina, i governi hanno già la possibilità di ostacolare l’accesso alla rete. “Il nostro compito sarà garantire il diritto delle persone a comunicare”, ha voluto tuttavia spiegare il segretario generale dell’Itu, Hamadoun Touré, sottolineando come l’impegno dell’agenzia sia evitare che internet sia un privilegio soltanto per i Paesi ricchi.

Altro tema in agenda a Dubai è la proposta, avanzata dall’European Telecommunications Network Operator Association (Etno), di una tassa sui cosiddetti operatori “over the top”, ossia le principali aziende che operano in rete. L’idea dell’organizzazione, che riunisce operatori nazionali di telecomunicazioni come Orange, Telefonica, Telecome e Deutsche Telekom, è far pagare per i contenuti in rete i produttori di contenuti, così da trarre guadagno da traffico di dati sulle infrastrutture. Costi per società come Google che si oppone e questa come alle altre proposte e invita con un apposito sito, Take action, a una mobilitazione globale sotto lo slogan “un mondo libero e aperto dipende da un internet libero e aperto”.


di Andrea Pira