Varanasi, come un santo col ventre aperto: vedi gli intestini, vedi una luce sopra la sua testa, chi la chiama aura, chi aureola, ma devi vedere anche lo sterco, è quello della vacca, e le ghirlande di fiori arancioni, e  i cani rognosi che di certo non hanno fatto l’antirabbica.

Qui si bruciano i morti, e Shiva sussurra all’orecchio, per questo i culti tantrici onorano Kali con la sua collana di teschi. Gli Agor portano fino in fondo la teoria, tutto è manifestazione del divino, e allora si abbracci il lebbroso, il più impuro di tutti.

Varanasi é anche la Banares Hindu University, istituzione di eccellenza: studenti selezionati, grandi viali alberati, begli edifici di primo Novecento. C’è un museo polveroso pieno di capolavori, bronzi millenari, miniature moghul, due sale straordinarie di artisti europei che hanno vissuto e amato l’India: il russo Roerich, con le sue montagne sacre, la belga Bonner, arrivata qui seguendo un danzatore, e qui morta vecchia e onorata artista filosofa. Qua fece una conferenza l’avvocato Gandhi, tornato dal Sudafrica: oltre l’arco d’ingresso il caos del traffico impossibile: risció a pedali, risció a motore (Ape Piaggio ribattezzate), vacche, vecchie Morris Ambassador indistruttibili, motociclette da famiglia: anche moglie e tre figli, lei seduta modestamente di lato col più piccolo sulle ginocchia, la sinistra per reggerai dietro, la destra per tenerlo, mai scomposte, mai fuori equilibrio nelle gimcane. Aria mefitica, clacson continui come fanno i bambini, gli piace il suono, anche se nessuno ascolta, inquinamento da sballo. Passano ragazzi lampadari, sulla testa trofei luminosi per la processione dei matrimoni. Gli elefanti non perdono la calma, ma almeno si fanno rispettare quando attraversano.

Cammino la sera tardi sui ghat, dopo il buon tè condiviso con Ruggero e Paola. Il Gange è placido devo tornare nel quasi lussuoso Ganges view, poche stanze coloniali. Amato da Terzani. Il proprietario era suo amico e chiede notizie della moglie Angela e del figlio Folco. Un cammino lungo tutti i ghat, siamo lontani, è notte.

Provo a sentir paura, sarebbe facile, sono solo, è tardi.

I Ghat, le scalinate al Gange, sono Varanasi, il resto è contorno, per me, e i budelli per arrivarci li preannunciano, allargando le braccia penso si possano toccare le case dei due lati del vicolo. A Varanasi tutte le macchine tengono gli specchietti ripiegati, c’è troppo davanti e troppo di lato per preoccuparti anche di chi è dietro.

Meta turistica per eccellenza, i turisti scompaiono, divorati e rigettati sui pullman con l’aria condizionata: chi si abbandona dopo un giorno neppure viene molestato, gli si riconosce un posto nella grande storia. Guardo chi dorme sugli scalini, sotto gli ombrelli dei bramini, sulle barche, due cani si azzuffano e per fortuna mi ignorano. Cammino deciso, molto attento, ma nessuno mi avvicina. E’ luna piena sul Gange.

(Foto Lapresse)