Nella settimana che ha preceduto il primo dicembre, giornata mondiale per la lotta all’Aids, anche in Cina si è discusso dei diritti delle persone sieropositive e dei pazienti attualmente in cura per la malattia. Ad oggi, in Cina, circa 740mila persone convivono con l’Hiv. L’incremento più sensibile dei contagi si ebbe durante gli anni ’90 proprio a causa di trasfusioni di sangue infetto. Solo quest’anno, tra gennaio e ottobre, si sono registrate circa 18mila morti per Aids, con un incremento del 12,7 per cento dei casi di contagio registrati. Ma a riportare allo scoperto il problema è stato un 25 enne della metropoli costiera di Tianjin, a est di Pechino, salito agli onori della cronaca con lo pseudonimo di Xiaofeng. A Xiaofeng è stato diagnosticato un tumore al polmone, ma due ospedali della sua municipalità si sono rifiutati di curarlo in quanto sieropositivo. Finché Xiaofeng non ha “truccato” la propria cartella clinica e al terzo tentativo è stato accettato.

Attualmente in Cina le persone sieropositive non solo si vedono negato il diritto alle cure mediche, ma vengono escluse da molte strutture educative e da impieghi nella pubblica amministrazione. Per questo il 29 novembre scorso un centinaio di manifestanti ha protestato davanti al ministero degli Affari civili a Pechino per riportare la questione all’attenzione dell’opinione pubblica cinese. La storia di Xiaofeng ha avuto echi su tutti i media ufficiali. Il 22 novembre scorso ne hanno parlato l’agenzia di stampa Xinhua e il Global Times, costola del Quotidiano del Popolo, l’organo di informazione ufficiale del Partito comunista cinese. Prima ancora che la stampa desse visibilità alla vicenda, il futuro numero due della Repubblica popolare cinese, Li Keqiang, era venuto a conoscenza della storia di Xiaofeng. Aveva quindi telefonato in prima persona al ragazzo, chiedendo subito dopo al ministero della salute l’impegno di garantire il diritto alle cure mediche anche per persone con Hiv o Aids. Ma quello che sarà il premier cinese per il prossimo decennio con l’Aids ha un conto in sospeso. Alla fine degli anni Novanta, quando decine di migliaia di persone – interi villaggi – contrassero il virus dell’Hiv nella povera e sovrappopolata regione centro-settentrionale dello Henan, a causa di una campagna governativa per donazioni di sangue dietro compenso, Li Keqiang era proprio il governatore.

All’epoca si trovò con questo scandalo di dimensioni colossali per le mani e non seppe gestirlo. Non diede risposte a quanti gli chiedevano un’assunzione di responsabilità e fece arrestare molti attivisti per la lotta all’Aids, colpevoli di non supportare la linea ufficiale. “La mia prima detenzione per il mio impegno contro l’Aids fu proprio nello Henan”, ha ricordato Hu Jia, attivista per i diritti umani in Cina dalle colonne del quotidiano di Hong Kong South China Morning Post. “Li non ebbe un ruolo positivo nell’affrontare l’epidemia”. Parole che suonano in contrasto con l’atteggiamento del premier in pectore, che negli ultimi giorni ha addirittura promesso un regime fiscale agevolato alle Organizzazioni non governative che forniscono assistenza ai malati di Aids. “I movimenti della società civile vanno coinvolti insieme a tutte le forze sociali nella promozione di una riforma istituzionale,” ha dichiarato in settimana ai microfoni della Cctv, la televisione di Stato cinese, dopo che lunedì scorso ha incontrato un gruppo di 12 attivisti per i diritti dei malati di Aids. Parole, quelle di Li, etichettate come “pura propaganda” da molti esponenti delle stesse Ong.

Secondo quanto riporta il sito della Ong britannica Avert, che da anni si occupa di educazione e assistenza sanitaria ai pazienti affetti da Aids, comunque Pechino ha fatto diversi passi in avanti nella lotta al contagio a partire dall’inizio del nuovo millennio. In particolare, un giro di vite sugli standard igienici, sulle trasfusioni di sangue illegali – diffuse soprattutto nelle aree rurali – e le campagne di educazione sessuale, tese a favorire l’uso dei preservativi, hanno permesso di tenere il contagio relativamente sotto controllo. Rimane tuttavia il nodo dei programmi per il “buco” assistito e i centri per le terapie di sostituzione con metadone, sempre più numerosi ma sempre meno accessibili. In Cina troppe volte i tossicodipendenti invece di essere curati, vengono detenuti senza processo e spesso costretti ai lavori forzati.

Gli elementi più a rischio sono i lavoratori migranti e chi lavora nell'”industria del sesso,”settori dove si riscontra una minore consapevolezza dei rischi di contagio e trasmissione. Non è certo il caso di parlare ancora di aizibing, la “malattia dell’amore per il capitalismo” come nel 1990 i cinesi etichettarono il virus dell’Aids per stigmatizzare la sua provenienza dall’Occidente. Oggi, in una Cina sempre più aperta al mercato e al consumo, i più esposti al contagio del virus che ogni anno uccide circa due milioni di persone in tutto il mondo, sono le fasce più deboli della popolazione. Il numero dei casi di sieropositività cresce del 13 per cento all’anno. E il futuro premier Li Keqiang ha incontrato ieri alcuni attivisti che lottano per i diritti di malati di Aids e ha promesso maggiori sforzi da parte del governo. È subito montata la polemica: Li Keqiang era a capo della regione dello Henan quando si è propagata la malattia grazie alla campagna governativa che incoraggiava la vendita di sangue.

di Marco Zappa