Da parecchi anni i partiti sono andati perdendo la loro natura ideologica. Ce ne siamo accorti tutti – chi con sollievo, chi con sgomento – che le differenze si sono assottigliate, si sono fatte così lievi da considerarli persino intercambiabili. Le differenze, più che le idee, hanno cominciato a farle gli uomini. Mettendoci la faccia, anche dentro al simbolo, per sottolineare una garanzia personale che compensasse l’incertezza dell’apparato.

Colpa della postmodernità, si è detto, del crollo delle rassicurazioni granitiche della società moderna, ora liquefatta (per dirla con Bauman) in una instabilità esistenziale che coinvolge tutto. Anche i partiti.

La perdita di valori che ne consegue si traduce in sfiducia nella politica e dunque è responsabile di quel clima di “antipolitica” diffusosi largamente nel nostro paese, alimentato da scandali, delusioni, inaffidabilità, appropriazioni indebite, insensibilità, egoismo.

Ma l’antipolitica porta inevitabilmente ad almeno due conseguenze certe: come ha ricordato il filosofo Étienne Balibar, l’antipolitica precede sempre forme di populismo e nazionalismo. E sappiamo bene dove siano confluiti, insieme, populismo e nazionalismo nell’Italia degli anni Venti.

Nel confronto tra Bersani e Renzi, andato in onda su RaiUno lo scorso 28 novembre, si è percepito il carattere non ideologico della sinistra, che mira a recuperare altrimenti il valore delle politica e cerca una via d’uscita dall’impasse che rischia di riportarci agli scenari di quasi un secolo fa.

In particolare, Renzi si affida a strumenti pragmatici, immediati, di pronto intervento; fa quadrato attorno a pochi e semplici valori desueti, come la competenza, l’onestà, la correttezza, il rispetto. A cui si aggiunge un ingrediente ormai raro, la speranza.

Certo non destinati a costruire un fondamento duraturo, ma almeno a recuperare la fiducia dei cittadini nella politica e a rallentare il degrado civile e culturale che sta contagiando ogni settore della vita pubblica.

Sul breve periodo appare come l’unica alternativa all’antipolitica populista e alla non-politica di un governo tecnico che sta trascinando il Paese in una spirale neo-liberista. Quella sì ancora imbevuta di residui ideologici, ma sottintesi e accuratamente celati dietro il paravento della crisi.