L’Onu ha dato il “certificato di nascita” alla Palestina. Come ha detto ieri sera nell’accorato e commovente discorso all’Assemblea generale il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen il consesso mondiale doveva sancire il riconoscimento – seppur parziale – dello Stato arabo. E lo ha fatto, con larga maggioranza. Un accadimento simbolico, ma storico.

Se questo passo fosse avvenuto anche solo una decina di anni fa sarebbe stato accolto come un cambiamento epocale: avviene in questi tempi di crisi economica, di ideologie che evaporano, di equilibri incerti tra potenze che non hanno più la forza del passato. E tra questi equilibri l’Italia ha alla fine deciso di esser più vicina per un momento al più piccolo, allo Stato che sarebbe sorto nelle urne dell’Assemblea generale, con buona scelta di tempo e di opportunità.

Incredibilmente si potrebbe iscrivere il passo che la maggioranza dei paesi “minori” – e tanti “poco allineati” – ha compiuto nel Palazzo di Vetro di New York come un successo della non-diplomazia di Obama (premio Nobel per scommessa di futura Pace, nominato nel 2009), al lasciar fare – non si sa quanto voluto – della Casa Bianca all’interno della gestione della primavera araba; invece gli Stati Uniti considerano il risultato un “passo contro la pace”, perché complica la posizione di Israele e dà l’impressione di ridurre gli spazi di manovra della diplomazia, poiché pone di fronte agli interlocutori mondiali uno Stato di Palestina con maggiori diritti internazionali e alleanze nell’area mediorientale.

L’Onu ha fatto ciò che talvolta sa fare, un gesto simbolico che solo dopo acquisisce un peso storico, e diviene “reale”. Come accadde tra la fine del 1947 e la primavera del 1948, quando votò – seppur in parte a cose fatte –  le risoluzioni sulla nascita dello Stato d’Israele (ma anche sulla nascita di uno Stato arabo, che alfine si compie).