In settimana la Corte di Giustizia europea ha dato ragione all’Italia che qualche anno fa aveva fatto ricorso contro la pratica di pubblicare i bandi per la pubblica amministrazione Ue in sole tre lingue (inglese, francese e tedesco). Secondo i giudici della Corte, questa scelta costituisce “una discriminazione basata sulla lingua” e pertanto “i bandi devono obbligatoriamente e senza alcuna eccezione essere pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale in tutte le 23 lingue ufficiali”. Quando la limitazione della seconda lingua all’inglese, francese e tedesco “può essere ammessa dall’interesse del servizio”, le regole che limitano la scelta devono prevedere “criteri chiari, oggettivi e prevedibili”.

Insomma quanto basta per far suonare le trombe dell’orgoglio nazionale e far tirare fuori dalla libreria impolverata La Divina Commedia in onore della nostra bella lingua. Leggendo le dichiarazioni di giubilo dei politici nostrani, si leggono parole come “orgoglio”, “dignità”, “pari opportunità per i nostri candidati”. Insomma, sembrerebbe che solo adesso ai cittadini italiani venga finalmente data la possibilità di competere pubblicamente in un concorso per lavorare nell’Ue.

Ma guardiamo in faccia la realtà. Senza nulla togliere a Dante, Petrarca e Boccaccio, all’interno delle istituzioni europee le lingue di lavoro sono e restano tre: inglese, francese e tedesco. Queste sono le lingue non solo che consentono a migliaia di persone provenienti da 27 Paesi diversi e con 23 lingue diverse di comunicare e lavorare insieme, ma all’intera macchina organizzativa dell’Ue, già piuttosto burocratica, di funzionare in un contesto poliedrico come quello dell’Unione europea. Questo lavoro è agevolato da un servizio di traduzione ufficiale che già copre buona parte della quotidianità europea e che, ovviante, ha dei costi. Ma non tutto può essere tradotto. Facciamo un esempio pratico. Le decisioni che davvero contano a Bruxelles vengono prese nei cosiddetti “triloghi”, ovvero riunioni informali dove i rappresentanti delle tre istituzioni europee cercano un compromesso sulle questioni più disparate. Inutile dire che se ad un tavolo siede un polacco, un tedesco e un italiano, o ci si porta dietro una schiera di interpreti oppure si sceglie una lingua franca come l’inglese.

Ma restiamo sul caso oggetto della sentenza della Corte. Questo risale al maggio 2007, quando vennero pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione, e solo in francese, inglese e tedesco, i bandi di selezione per personale “nel settore dell’informazione, della comunicazione e nei media”. In essi si chiedeva la conoscenza ”approfondita” di una delle 23 lingue e la conoscenza ”soddisfacente” di una tra tedesco, inglese e francese. Lingue in cui si sarebbero svolti i test di preselezione, nonché le prove scritte del concorso. A questo punto una domanda sorge spontanea: un potenziale candidato che non riesce nemmeno a leggere un bando in inglese, come potrà mai lavorare in una realtà poliglotta come quella delle istituzioni europee? Molto probabilmente non riuscirà nemmeno a ordinare un caffè al bar.

La verità è che, nonostante finora la maggior parte dei bandi fossero nelle tre lingue di lavoro dell’Ue, a Bruxelles ci sono già migliaia di italiani bravi e competenti che lavorano nelle istituzioni europee o nel mare magnum di associazioni e aziende ad esse correlate e che l’inglese (e pure qualche altra lingua) lo parlano già benissimo.

L’impressione è che ci troviamo di fronte all’ennesima battaglia “nazionalpopolare all’amatriciana” completamente inutile e anzi controproducente. Un po’ come quando l’Italia targata Berlusconi si chiamò fuori (insieme alla Spagna) dal brevetto unico europeo trilingue (inglese, francese e tedesco) sempre per motivi linguistici. In quell’occasione gli altri 25 Paesi decisero di andare avanti con il meccanismo della “cooperazione rafforzata” lasciando noi e le nostre imprese al palo e costringendoci ad inseguire il treno ormai già partito.

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@AlessioPisano