Dopo un’oretta di confronto televisivo e relativa overdose di melassa zuccherina, tale da mettere a repentaglio la salute anche di non diabetici (intervallata da qualche piccola perfidia politichese), credo di essermi fatto un’opinione su quanto avevano da offrire i contendenti impegnati nel ballottaggio delle primarie di centrosinistra.

Il Pierluigi e il Matteo che si confrontavano su Rai Uno in un set allestito secondo i dettami Made in Usa visti all’opera nei mesi scorsi. Solo che allora Obama e Romney si contendevano il ruolo di “uomo più potente del mondo”, ora i nostri eroi non si sa bene per cosa competano. Per il posto di vice premier nel prossimo venturo governo Monti?

Semmai lo spettacolo – diciamolo: abbastanza noioso – serviva per verificare quali fichi sono maturati nel bigoncio dell’attuale politica. Perché il Bersani e il Renzi sono l’icona e la summa del meglio di quanto il Palazzo è attualmente in grado di offrirci: l’antico comunista emiliano e il nuovo furbetto democristiano.

L’antico comunista emiliano è l’espressione in chiave amministrativa dell’idea promossa da Palmiro Togliatti del militante nel cosiddetto “Partito Nuovo”; quello che veniva da lontano e doveva andare lontano ma poi si impantanò nella gestione del quotidiano ingozzandosi di compatibilità, fino a diventare un ibrido all’insegna dell’ecumenismo più subalterno ai rapporti di forza vigenti. Per cui vorrebbe riformare, ma sempre con il consenso di quelli che la riforma dovrebbe colpire: l’apoteosi dello stallo, del fatalismo condito da buoni sentimenti, del voglio ma non posso.

Il nuovo furbetto democristiano mediatizza le perfidie da sagrestia intrecciate con il volemose bene del meeting parrocchiale (sulle note dal coro ruffiano “viva la gente”), in una falsa modernizzazione che è solo il guscio dentro il quale riciclare novisticamente l’ordine gerarchico della società ecclesiastico-patriarcale e la pervicacia del carrierismo fanfanian-doroteo.

Questo è quanto passa il convento. Tanto che l’elemento su cui la strana coppia Bersani-Renzi tende maggiormente a dividersi è il rapporto con l’Udc e Pierferdinando Casini: interlocutore irrinunciabile per il segretario Pd, in linea con antichi richiami da Compromesso Storico (e Vendola, che sceglie Bersani nel secondo turno, non ha niente da dire sull’asse Pd-Udc?); avversario insanabile per il sindaco fiorentino, in quanto concorrente negli stessi bacini elettorali.

Una differenza strategica mantenuta nella vaghezza perché l’imperativo evidente era quello di non dire nulla che andasse un passetto più in là della pura e semplice cultura dei preliminari; cioè quanto è attrezzato a dichiarare un politico standard: brevi enunciati passe-partout con cui far trascorrere i canonici due minuti di tempo concessi nel format talk-show.

Leggo che gli esperti di comunicazione assegnano la palma del vincitore nel dibattito (che – sia chiaro – non c’è stato: solo chiacchiera generica) al giovane Matteo.

In effetti l’ipotetico successo è l’ulteriore riprova che una tattica di movimento (quella del Renzi), consentendo la massima agilità di manovra, ha sempre la meglio su una di posizione; ossia l’immobilismo difensivo. Per cui l’attaccante poteva rifare impunemente il Gino Bartali del “gli è tutto da rifare” e il difensore replicava timidamente “nessuno è perfetto”.

Ma si tratta solo di livelli diversi in quanto a disinvoltura (ipocrisia?), visto che entrambi militano nello stesso partito, nessuno di loro “viene giù da Marte” (espressione cara al Renzi) e per di più – candidandosi – hanno sottoscritto un comune piano d’intenti. Alla faccia di quelli che andranno a votare nel ballottaggio fiduciosi di scegliere un’alternativa. Si consolino: sono già all’opera i mediatori per le ricuciture del dopo primarie: un ticket Bersani-Renzi che magari si spartiscono i ruoli di vice e di vice-vice-premier nel prossimo governo.