Passeggiando per Roma mi trovo spesso a pensare a quando, nel cosiddetto ‘secolo dei lumi’, la mia città era la meta privilegiata del Grand Tour, il grande e lungo viaggio (poteva protrarsi per mesi e anche per anni) che i giovani aristocratici inglesi intraprendevano per completare la propria formazione.

Il viaggio aveva quasi una connotazione pedagogica, completava l’educazione e formava in modo completo e cosmopolita le menti. L’Italia era una delle destinazioni d’obbligo, quella maggiormente in grado di dare un’esperienza quasi estatica.

Chissà se non sono stati questi inglesi del ‘700 ad aver aperto la via a tutti questi turisti che, passandomi accanto, marciano compatti sotto l’insegna dell’immancabile ombrellino della guida del gruppo? E oggi, perché viaggiamo? E cosa è cambiato e cosa si è perso rispetto ai tempi in cui il viaggio era l’esperienza formativa per eccellenza?

Le motivazioni che spingono a viaggiare sono diverse e più che mai personali, intime, talvolta credo anche inconsce.

Viaggiamo per conoscere meglio quel mondo che abbiamo visto solo sui giornali e attraverso la televisione. Viaggiamo per lasciare a casa le nostre certezze e convinzioni, vedendo tutto quello che pensavamo di conoscere in una luce diversa. Viaggiamo per perderci e poi ritrovarci. Viaggiamo per aprire il nostro cuore e i nostri occhi. Nella nostra ignoranza, viaggiamo in alcune parti del mondo nell’illusione di restituire dignità a quei Paesi che per tanto tempo, e anche oggi, abbiamo sfruttato e piegato alle nostre logiche occidentali.

O non viaggiamo. Perché consideriamo il viaggio un lusso che non possiamo permetterci, perché i soldi di un viaggio potrebbero essere ciò che domani ci servirà per mangiare e per pagare le bollette. Perché il viaggio sembra una parentesi dalla vita reale, una fuga. Meglio restare, come a presidiare la nostra vita, nell’illusione che se restiamo aggrappati alle nostre abitudini e alla nostra routine, nessuna crisi ce le potrà portare via.

E’ un momento confuso oggi, in cui siamo smarriti. Io so di essere un viaggiatore da sempre, più per desiderio innato di movimento e di scoperta che un viaggiatore in cerca di una nuova strada. 

Ma a ciascuno dei ragazzi che vedo manifestare giustamente per una scuola che formi davvero, per una Università come vera palestra per il talento e l’aspirazione, a ognuno di quei giovani che sono in cerca del proprio futuro vorrei dire: viaggia! Apri i tuoi orizzonti, mentali e fisici. Oggi che viaggiare è economicamente accessibile a molti, con i voli low cost, le reti di amicizia e i servizi di ospitalità nel mondo, non serve più essere un aristocratico per viaggiare. Serve intravedere nel viaggio l’opportunità di nuove possibilità che non riusciamo a vedere chiusi in questa realtà così opprimente. Datti la possibilità, per strada, di incontrare te stesso, ciò che sei davvero e ciò che vuoi essere. E’ questa la più grande ricompensa per un viaggiatore.

Alberto Mattei