Un’affluenza alle urne quasi plebiscitaria, che non si registrava dal 1988, e un voto indipendentista in ordine sparso. “Europa ya mira a Catalunya” (L’Europa guarda la Catalogna) scriveva in prima pagina il quotidiano catalano “La Vanguardia”, poco prima dell’esito delle elezioni più sentite nella storia della regione spagnola. Ma se l’Europa guarda la Catalogna, da oggi però potrebbe farlo con più apprensione. L’idea secessionista di Artur Mas, presidente uscente della Generalitat, si è frantumata. Il popolo catalano ha parlato: i 68 seggi necessari per conquistare la maggioranza assoluta sono solo ormai una chimera. Il partito nazionalista moderato di Convergència y Unió ha ottenuto 50 seggi, dodici in meno che nelle scorse elezioni del 2010. Ma la politica si è radicalizzata. E tra iper-indipendentisti ed ecologisti il Parlamento catalano si ritrova a riscrivere le regole del gioco.

Le forze indipendentiste si sono divise tra le ali estreme: la storica formazione della sinistra catalana Esquerra Republicana (Erc), che raddoppia i seggi e diventa il secondo partito del Parlamento, pronto a realizzare il progetto secessionista, e un partito di estrema sinistra favorevole a un referendum su uno Stato indipendente, il Cup (Candidatura d’Unitat Popular), che irrompe per la prima volta nella scena politica. Il centro salta. Il Partito popolare regge, i socialisti calano. Una frantumazione difficile da conciliare, tant’è che il referendum annunciato sembra sempre più lontano. E lo scenario politico paradossalmente peggiora. 

Barcellona è lo specchio riflesso di paure europee: l’austerity che soffia su storie di vecchie autonomie, populismi ed estremismi in marcia su Bruxelles, una crisi economica radicata e un debito sempre più profondo. La Catalogna, insomma, si sta giocando il futuro. E non solo spagnolo. Se per gli imprenditori catalani la secessione è “un’assoluta follia”, come riportava il vicepresidente della Confindustria iberica Arturo Fernández, in Europa dirigenti e grandi investitori chiedono giorno dopo giorno dei report sulla situazione politica del Paese. E sulla sostenibilità economica di una secessione. La risposta dell’Istituto di studi economici lo scorso 22 novembre non è stata delle migliori: con l’indipendenza catalana ci sarebbe un crollo del 50% dell’export, una caduta del Pil del 20% solo nel primo anno, 500 mila disoccupati in più. Senza contare un rating che è passato dalla doppia A alla doppia B in quattro anni e un debito di 44 miliardi che quadruplicherebbe. Infine, tutta una serie di trattati da rinegoziare per rimanere a far parte dell’Unione europea.

Insomma, la regione spagnola è ben lontana da un’economia sana, equilibrata, con una stabilità politica. La Catalogna, fino a un paio di mesi fa, vantava per lo meno l’ultimo requisito. Oggi però la stabilità politica è saltata. E il voto di rottura, ha diviso in due la regione. Artur Mas fa finta di nulla. Il vincitore morale delle elezioni Oriol Junqueras, candidato de Esquerra repubblicana, gli ha chiesto però di disfarsi di buona parte dei suoi ideali liberali: “Ci vuole una fiscalità più giusta, bisogna eliminare l’euro per ricetta, tagliare l’Irpef, aiutare le famiglie”. E ha intenzione di rincarare le transazioni bancarie. A dargli manforte ci saranno pure i tre deputati del Cup, la nuova Syriza catalana anticapitalista. Per Mas non c’è via di scampo: o tornare a fare i conti con l’acerrimo nemico, il Partito popolare di Mariano Rajoy o seguire la scia indipendentista delle ali estreme. E nell’Europa che fa fatica a respirare, si continuerà invece a guardare con preoccupazione alle scelte di una regione, metafora dei suoi stessi spauracchi.