Ci sono parti d’Italia che, a dispetto del procedere dei secoli, dell’incalzare del progresso, debbono la loro connotazione presente a quel che furono nel passato. Centri piccoli e grandi, angoli di territori per i quali gli splendori antichi continuano a costituire un segno distintivo. Così è per Arpinova, nel territorio comunale di Foggia. Ora un modestissimo borgo rurale.

Nel 279 a. C., durante la guerra contro Pirro, centro di circa 30.000 abitanti. Intorno al quale si trovano importantissimi siti archeologici. Anche di grande estensione, come il Villaggio Neolitico di Passo di Corvo, risalente al VI-IV millennio a.C. e i resti della grande città dauna di Arpi, databile al III-II millennio a.C. Oltre che realmente più circoscritti, come l’Ipogeo della Medusa, l’ipogeo dei Cavalieri e le Necropoli. Gli uni e gli altri parti significative di una cultura diffusa anche per quel che riguarda la cronologia. Scavi, ricerche e nascita di parchi archeologici. Insomma la sensazione che ci si trovi di fronte ad una storia quasi inconsueta per il devastato panorama italiano. Una storia felice. Ma così non è. Sfortunatamente. Almeno per la Tomba della Medusa. 

Una delle tombe a camera, di III-II secolo a. C., che insieme alle case aristocratiche attestano le condizioni di grande ricchezza della città di Arpi. Interrata a più di 5 metri dal piano di calpestio, la Tomba della Medusa era una tomba funeraria del tipo ipogeico, con un dromos a scivolo che permetteva l’ingresso ai familiari dei defunti. Una tomba abbellita da decorazioni pittoriche di straordinaria bellezza.

Anche per questo un monumento da valorizzare attraverso una adeguata fruibilità. Senza alcun dubbio. Considerando anche la sua posizione quasi privilegiata. Visibile dagli automobilisti che percorrono l’A14 a nord di Foggia, a metà strada con San Severo.

Eppure visitando quel luogo della valorizzazione non c’è alcuna traccia. Anzi con molto stupore si assiste all’esemplificazione di quanto anche nel settore dei Beni Culturali, per il quale si lamentano a ragione maggiori risorse, gli sprechi siano tutt’altro che episodici. La struttura progettata per la musealizzazione della tomba e l’accoglienza dei visitatori, quasi completata. Ma in stato di abbandono. Da tempo. Come dimostrano le sterpaglia presenti ovunque. Divelta la recinzione che perimetrava l’area, buttato giù il cancello d’ingresso. Vetri rotti e porta d’ingresso forzata per la piccola struttura con funzione di biglietteria e di guardiania, in coincidenza dell’entrata. Accessibile e danneggiata in più parti la grande struttura circolare, in cemento armato, realizzata al di sopra della tomba. Con la copertura che in occasione delle piogge non costituisce che inadeguato riparo, lasciando filtrare le acque, abbondantemente all’interno. Impianti elettrici e servizi depredati per quel che è stato possibile.

Il lungo abbandono non ha favorito soltanto atti di vandalismo sul moderno. A farne le spese anche la struttura antica. Le colonne del vestibolo sono state abbattute. Mentre una base è stata addirittura rubata. Senza contare che gli affreschi, dei mosaici a ciottoli, restaurati per un costo di 588 milioni di lire, risultano gravemente compromessi. L’area è diventata una “terra di nessuno” sulla quale l’illegalità spadroneggia. Così negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli scavi clandestini dei tombaroli che continuano a garantire profitti “sicuri”.

Lo squallore del presente indegno della sua storia. Neppure tanto recente. Oltre che per niente “facile”. Individuata nel 1980 dai “tombaroli”, la tomba della Medusa fu completamente saccheggiata del suo corredo. Gli scavatori clandestini, dopo averla svuotata dei ricchi corredi, finiti in qualche collezione privata o museo straniero, tornarono all’opera nel 1984. Questa volta con un escavatore meccanico, distruggendo la copertura del vestibolo e riuscendo a trafugare il frontone con la raffigurazione della Medusa, che ha dato il nome all’ipogeo, e i capitelli figurati. Materiali che, casualmente, in seguito sono stati recuperati.

Dal 1989 iniziarono, a cura della Soprintendenza Archeologica della Puglia, i lavori di scavo e di recupero. Che riguardarono anche le vicine Tombe del Ganimede e delle Anfore.

La Tomba della Medusa, per la sua eccezionalità, conquistò l’interesse degli studiosi a livello internazionale e anche degli appassionati, con una mostra a Foggia, visitata da migliaia di persone. Contemporaneamente all’indagine archeologica si avviarono le procedure di tutela e valorizzazione. Nel 1998 la Regione Puglia stanziò 3 miliardi di lire, ai quali si aggiunse un contributo di 555 milioni del Comune. Risorse importanti. Rimaste a lungo inutilizzate per motivi burocratici. Al punto che nel luglio 2002 si arrivò alla sospensione dei lavori. Tra rescissioni tentate (dal Comune), fallimenti (della Ditta incaricata dell’opera), si giunge all’assegnazione al parco archeologico della Medusa di oltre un milione e mezzo di euro nel quadro dell’Accordo di Programma tra Regione Puglia e Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Ora, l’abbandono, come detto, come visibile e come denunciano senza avere alcuna risposta, anche alcune associazioni locali.

Così la tomba della Medusa continua, lentamente, a morire. Senza clamore. Dopo essere stata scavata e aver tentato di farne un luogo della conoscenza. Con l’impegno di grandi risorse finanziarie. Muore perché non si è stati capaci di regalargli una nuova vita. La musealizzazione che avrebbe dovuto assicurargli maggiore visibilità è rimasta incompleta. Finendo per  accelerarne quel degrado dal quale avrebbe dovuto difenderla. 

Mentre, intorno, continua il saccheggio, impunito, del patrimonio archeologico mobile di Arpi. Migliaia e migliaia di capolavori che attraverso il mercato antiquario vanno ad arricchire collezioni pubbliche e private di musei e magnati europei e statunitensi. Insomma continuiamo, quasi sempre, a dare il meglio di noi stessi fuori dai confini nazionali. Certamente in tema di beni archeologici.