La Macchina per viaggiare nel tempo è un topos dei film di fantascienza. Per gli appassionati dei fumetti sui Fantastici 5 il topos è una Macchina per perdere tempo.

Chiunque prevalesse nelle cosiddette primarie sarebbe un candidato premier di cartapesta perché il Primo Ministro lo nomina il Presidente della Repubblica e comunque bisogna vedere quale legge elettorale verrà varata (io scommetto che il risultato finale delle convulsioni presenti dipenderà proprio dal risultato del 2 dicembre).

Per di più si tratta di una competizione persino più taroccata del Campionato di Serie A: il segretario ha a disposizione tutte le risorse del partito, inclusa la valanga di finanziamenti pubblici (che dovevano andare ai terremotati, ricordate?), l’apparato stipendiato da Roma, l’Unità, il sito internet, la web Tv YouDem, la claque dei giornalisti in quota Bersani e le reti Tv pubbliche dove proliferano i mezzibusti targati Pd (tra cui spiccano alcuni ex parlamentari). Senza contare le truppe cammellate della Cgil.

Se Bersani perdesse, un Renzi o un Vendola non avrebbero alcun potere, a norma di Statuto, sulla formazione delle liste e quindi in Parlamento siederebbero individui senza affinità politica o rapporto fiduciario di sorta con il vincitore delle primarie. Baroni contrapposti a un re senza nemmeno il cavallo.

Insomma anche ammesso che un candidato diverso da Bersani salisse a Palazzo Chigi, si troverebbe ad avanzare in un delta del Mekong parlamentare persino più insidioso della palude dove affogarono miseramente i governi Prodi. Non a caso D’Alema, il maggiore azionista del Pd, con la corte dei miracoli di 1500 cacicchi locali, ha esplicitamente minacciato sfracelli se dalle urne non esce il burattino di cui lui tira i fili. 

Per i telelobotomizzati esaltatisi alla pantomima di “democrazia” perché è stato loro concesso di partecipare ai ludi catodici di csx-factor twittando con lo smartphone, si annuncia la solita amara sorpresa che la realtà infligge ai mondi onirici.

Ciò non toglie che in una situazione in cui i nervi sono tesi, la pazienza non abbonda, e le ambizioni spadroneggiano la pantomima potrebbe sfuggire di mano. Una vittoria di misura, oppure brogli in salsa napoletana o palermitana, aprirebbero la strada a recriminazioni virulente. A quel punto le primarie potrebbero rompere la cerniera di interessi che tiene unita nel Pd gente dalle posizioni politiche incompatibili come Ichino e Fassina, Ignazio Marino e Rosy Bindi, Colaninno e Damiano, baciapile e mangiapreti, sindacalisti e industirali, operaisti e fighetti.

Insomma un terremoto nel Pd scatenerebbe uno tsunami sulla Seconda Repubblica. Invece di una campagna elettorale fasulla per determinare al massimo chi ha più titolo per tirare la giacchetta del Monti-bis verso gli interessi delle proprie clientele, ci sarebbe una ragionevole speranza di depurare l’aria dalle esalazioni di venti anni di marciume, azzerare il contachilometri e imboccare un sentiero impervio senza mappe, ma diverso dal solito pantano.