Ennio Morricone, da poco domate le candeline degli 84 anni, arriva a Casalecchio di Reno, sul palco dell’Unipol Arena, in una serata umida e satura, come giusto in Novembre, per presentare TEN – 2002/2012. Correva proprio il 2002 quando il compositore trasteverino diede il La, in quel di Verona, ad una serie interminabile e non organica di concerti in lungo e in largo per le grandi arene del globo. Oltre 200:  dalla sala dell’Assemblea Generale dell’ONU in New York al Teatro del Popolo sulla Piazza Tienanmen di Pechino, passando per la Royal Albert Hall di Londra. A distanza di dieci anni si è voluto celebrare l’evento con un tour, questa volta organico e ben strutturato, che toccherà sette città italiane.

Sono le ventuno meno cinque, la gente mormora, i 4 mila del palazzetto smaniano per vederlo. Poi entra, saluta, e ci volge le spalle. Il solo pensare che in quella figura di carne ossa e frac, che ora si staglia in fronte al grande esercito di ottantasette elementi dell’Orchestra Roma Sinfonietta, siano concentrate così tante meravigliose melodie, lascia esterrefatti; è una cosa che mette i brividi. Viene davvero da chiedersi: dov’è quel posto Ennio, dov’è che hai incontrato tanta meraviglia? E poi, quando il maestro cala le bacchette, come un capitano sgancia gli ormeggi, la realtà si perde in lontananza e quel mondo di meraviglia improvvisamente irrompe nell’arena. Si entra improvvisamente in quella dimensione che fino ad un attimo prima sembrava così lontana. Perché Ennio non solo ha trovato quella meraviglia, ha anche capito come portarsela dietro e renderci partecipi.

Comincia il piano di Ostinato ricercare per un immagine. Le braccia del maestro formano dolci onde che vanno a librare nell’aria la struggente e solenne Vittime di guerra chiusa dalla maestosità dei violini che sorreggono il Coro Lirico Sinfonico di Verona – 70 voci sublimi che scuotono platea e anelli. Dopo la potente Abolisson si chiude la prima delle sei parti del concerto – Gli intoccabili – e si apre Fogli Sparsi. Colpisce sempre la composizione di Metti una sera a cena una bossa nova sensuale ai limiti della censura, con un basso funky nel migliore stile disco-fusion. É poi la volta di Uno che grida amore: un incipit ai limiti del free jazz noise d’atmosfera con un scambio dissonante tra basso e piano, è il flauto traverso a porre fino a questo meraviglioso smarrimento.

Il basso che introduce Come maddalena, main theme del film di Kawalerowicz del ’71, ci fa capire come Morricone abbia influito anche sulla musica rock: crediamo che Waters dei Pink Floyd debba molto a questo incipit. A questo punto il maestro esce e se ne torna con il soprano Susanna Rigacci, è il momento dell’epica, è il momento di Sergio Leone. Ecco nell’ordine come sono state sparate, senza pietà, sul pubblico: Il buono, il brutto, il cattivo, C’era una volta il west, Giù la testa e L’estasi dell’oro. Colpita al cuore la platea non può che alzarsi tutta in piedi, la prima di una lunga serie di standing ovation. Gli astanti non fanno in tempo a riaccomodarsi che è di nuovo uno scroscio di applausi sin dalle prime note del Tema di Deborah, poi è Poverty, C’era una volta in America e La leggenda del pianista sull’oceano. Mosè e Marco Polo non infiammano, forse perché meno conosciute. Si chiude con tre composizioni tratte da Mission, l’ultima, On earth as it is in heaven chiude il concerto e strappa la seconda standing ovation.

Acclamato, il maestro riprende le bacchette e dirige la meravigliosa Here’s to you (va però detto che qui i settaggi audio non erano stati preparati al meglio: batteria troppo alta e cori in sordina), di nuovo tutti in piedi. Il secondo e terzo encore sono dei bis, alla fine del primo saltano gli schemi: la gente si accalca sotto il palco, una ragazza chiede un autografo, Morricone gentilmente declina e sembra dirle: “Ragazza ora non posso, ho un altro brano da dirigere”. Poi è davvero l’ultima, e sono cinque, cinque standing ovation di una platea sterminata.