Pont d'Iéna - Parigi, 1945 (foto © atelier Robert Doisneau)

Pont d’Iéna – Parigi, 1945 (foto © atelier Robert Doisneau)

A Roma (Palazzo delle Esposizioni) è visibile, fino al 3 febbraio, la mostra fotografica Paris en Liberté, di Robert Doisneau. La mostra verrà poi riproposta a Milano (Spazio Oberdan) dal 15 febbraio al 1 maggio 2013. 

Ma non è tanto dell’autore che vogliamo parlare, quanto di un modo d’intendere il rapporto tra gesto fotografico ed empatia.
Doisneau non ha bisogno di ulteriori “scoperte”, è famosissimo, e in Francia la sua popolarità sfiora la mitologia; egli rappresenta il simbolo di quell’attitudine fotografica così francese, anzi così parigina, che viene definita fotografia umanista o anche realismo poetico.
Tra i compagni di Doisneau che hanno scandagliato la Francia (e non solo) in quel periodo magico culminato tra gli anni ‘50 e ’60, è doveroso ricordare anche Willy Ronis, Edouard Boubat, Izis. Lo stesso Henri Cartier-Bresson può essere citato, ma la sua impronta ha connotazioni che meriterebbero un discorso a parte.
In sintesi, loro applicavano il concetto intraducibile di flânerie alla fotografia: vagare senza meta confidando sulla fortuna e sulla sensibilità, planando leggeri sulle cose e sulle vite altrui, prelevando con un sorriso complice qualche frammento di poesia visiva da portare a casa e consegnare alla storia delle piccole storie.

Ferme restando la grande cifra stilistica e le capacità compositive spesso sorprendenti, va detto che se da una parte la loro fotografia è stata ed è molto popolare (per intenderci e fare un esempio, Doisneau è l’autore del bacio fotografico più famoso di sempre, peraltro un’immagine costruita), dall’altra ha spesso fatto storcere il naso a critici ed “esperti” che l’hanno definita, in buona sostanza, melensa e inutile.

Il Bacio dell'Hotel de Ville - Parigi, 1950 (foto © atelier Robert Doisneau)
Il Bacio dell’Hotel de Ville – Parigi, 1950 (foto © atelier Robert Doisneau)

Tanto è “pacificata” questa fotografia dell’armonia sociale, quanto sarà “arrabbiata” la fotografia impegnata, engagée, degli anni ’70.

Eppure, l’intento di cercare perle dove non ti aspetti e mostrarle a tutti, nulla aveva a che fare col disimpegno di cui vennero talvolta accusati; c’era semmai la consapevolezza che quel mondo e quella “semplicità” stavano per finire, lasciando il posto a ben altro tipo di vita.

Il libro fotografico più rappresentativo dell’opera di Doisneau s’intitola Tre secondi d’eternità; tre secondi – dice l’autore – è la somma di tutto il tempo a lui necessario per realizzare quelle foto: 1/60 di secondo qua, 1/125 là, tutta la vita fermata in quelle foto è racchiusa in tre secondi di scatti.
Che poesia – dunque – che leggerezza…
Finisse qui, questo post sarebbe dolce e a lieto fine.

Ma invece.
E se volessimo anche noi oggi fare i flâneur, gli incantati ed incantevoli cantori fotografici delle bettole di periferia, degli sposini, dei vagabondi, degli anziani al sole, insomma della strada?

Se Doisneau si avventurasse nel 2012 per le strade parigine, o romane, o londinesi, o newyorkesi, ma anche per quelle di piccole città e paesi?
Ebbene, gli accadrebbero cose assai spiacevoli, e tornerebbe quasi sempre col carniere tristemente vuoto. Per vivere, forse, si dedicherebbe alla foto di gossip bazzicando la Costa Smeralda o più probabilmente, nel suo caso, la Costa Azzurra.

Già. La fotografia di strada, la mitica street photography è, di fatto, divenuta impraticabile.
Tanto la Leica ha dato, quanto la legge sulla privacy ha tolto.
Provate a portare all’occhio una macchina fotografica in presenza di sconosciuti, dentro un bar o addirittura in mezzo alla strada: altro che Paris en liberté o Milano in libertà!
Verrete apostrofati, forse insultati e minacciati. “Chi è lei? Perché fotografa? La smetta! Chiamo la polizia! La denuncio! Le spacco la macchina fotografica! Ti spacco la faccia!”

Beninteso, che la legge tuteli il privato cittadino da attacchi alla sua sfera privata e intima è sacrosanto, ma la gente non sa più distinguere tra buoni e cattivi, dunque sono tutti cattivi. Oggi Doisneau sarebbe tra i cattivi, e passerebbe più tempo a difendersi che a fotografare.
Anzi, negli anni ‘90, ormai vecchio, dovette assaggiare davvero il sapore di una causa intentata contro di lui dai soggetti di una sua famosa foto scattata oltre quarant’anni anni prima. Persino la privacy retroattiva…
E molti autori, ostinandosi a voler continuare un genere che ha fatto la storia della fotografia, si devono continuamente districare tra problemi operativi e legali.

Abbiamo iniziato con un gioioso inno alla vita, finiamo con una sorta di funerale: la fotografia di strada uccisa dalle carte bollate, il valore ed il senso di una foto giudicati dalle toghe, il fotografo visto come un pericolo.

Ma a ben guardare, nulla di strano: l’incapacità di sorridersi e dirsi “Buongiorno” non è certo questione di tipo fotografico.