C’era il redditometro. Poi c’è stato l’obbligo per gli intermediari finanziari di comunicare all’Agenzia delle Entrate le movimentazioni di capitali. Adesso è arrivato il redditest, per ora nella versione destinata al cittadino; da gennaio prossimo in quella utilizzabile dal Fisco (si dovrebbe chiamare spesometro). Una rivoluzione; ma, per una volta, una rivoluzione positiva.

Tutto parte da due banali considerazioni: l’evasione fiscale è micidiale (160 miliardi di euro annui secondo la Corte dei conti; 250 secondo Eurispes); e le possibilità di verifica da parte del Fisco pari al 10 % circa rispetto alle dichiarazioni presentate (cioè, il contribuente ha il 90 % di probabilità di non essere controllato). Poiché il numero degli accertamenti non può essere incrementato (non si può mettere un finanziere dietro ogni contribuente!); e poiché l’evasione fiscale (in uno con la corruzione e la spesa pubblica clientelare) ci ha portato sull’orlo della bancarotta; non resta che utilizzare al meglio gli strumenti a disposizione. Solamente 10% di accertamenti; ma che almeno siano eseguiti nei confronti di quelli che, per così dire, promettono bene. Però qui sta il punto dolente: identificare quelli che promettono bene è complicato e può portare a ingiustizie sostanziali. Con il redditest-spesometro le cose dovrebbero migliorare. 

Il punto debole (diciamo pure iniquo) del redditometro è questo: il Fisco accerta quali beni possiede il contribuente; applica coefficienti stabiliti per legge e confronta il risultato con quanto dichiarato; se il reddito è incongruo rispetto al risultato del redditometro, si procede con un “accertamento sintetico induttivo” (così è definito dalla legge). Si parte subito con il contenzioso tributario. Starà al contribuente, nelle varie fasi (prima davanti allo stesso Fisco e poi nelle Commissioni tributarie) provare che le cose non stanno come risulta dal redditometro; insomma l’onere della prova grava su di lui. Se non ce la fa…

Il punto debole del redditometro sta nel fatto che non si basa sulla spesa effettiva ma su una presunzione derivante da un coefficiente stabilito dalla legge con riferimento ai singoli beni. Ad esempio; se un cittadino possiede un cavallo, il redditometro gli attribuisce una spesa fissa annua pari a… Ma è ben possibile che questa spesa sia molto minore o non esista affatto (tengo il cavallo nel mio giardino e lo faccio pascolare sul mio prato); il guaio è che sarà il contribuente a dover dimostrare tutto questo; per il Fisco cavallo e spesa predeterminata sono un dato acquisito. E questo vale per tutti i beni su cui il redditometro si basa per definire il reddito.

Lo spesometro funziona in un altro modo; il Fisco dovrà accertare quanto effettivamente speso dal contribuente: niente coefficienti, spesa reale. E poi confrontarlo con la dichiarazione. Se ci sono discrepanze, convocherà il contribuente e gliene chiederà conto; insomma un confronto preliminare. Solo dopo, se non sarà convinto, emetterà l’avviso di accertamento e comincerà tutta la trafila del contenzioso tributario.

La versione redditest destinata al cittadino è un plus: gli consente una verifica preliminare, un test appunto. In assoluta riservatezza (il test si fa sul proprio computer dopo aver scaricato l’applicazione), si fanno le stesse operazioni che farà il Fisco e si verifica se e di quanto si supera il reddito che si intende dichiarare. Dopodiché, magari, si aggiusterà qualcosa…
Tutto in via preliminare dunque, prima di cominciare il contenzioso.

Naturalmente il Fisco non saprà mai tutto quello che sa il contribuente: può aver comprato un quadro, ristrutturato la casa, tutto in nero; questo è difficile da accertare, non risulta direttamente da pubblici registri o banche dati. Però ci sono i conti in banca (e l’obbligo per la banca di comunicare gli estratti conto all’Anagrafe Tributaria); c’è il divieto di pagamento in contanti; ci sono i controlli occasionali della GdF.

Insomma, il Fisco non si fonderà solo sullo spesometro: le sue indagini continuerà a farle. Però, con il redditest il cittadino onesto saprà di non correre rischi (il che adesso non succede); e quello disonesto, l’evasore, li valuterà meglio. E magari avrà un po’ di paura in più.

Il Fatto Quotidiano, 24 Novembre 2012