“Mi hanno vista arrivare proprio come una disperata con la mia valigetta, catapultata in Ungheria quasi per caso”. Virginia Puglisi, 31 anni, è un chiacchierona, e racconta la sua storia con ironia e schiettezza. Qualche anno fa ha chiuso l’università in bellezza con un semestre a Cuba per la sua tesi in scienze politiche a indirizzo storico, tema “Uso dei mezzi di comunicazione di massa nei primi anni della rivoluzione cubana”. Poi, all’ufficio orientamento al lavoro dell’università Statale di Milano, ha chiesto di continuare ad occuparsi di storia, preferibilmente all’estero, meglio se in un paese di lingua spagnola. Il giorno dopo, la proposta: “Mi hanno chiamato ridendo, avevano un’offerta di lavoro assurda dall’Ungheria, da una città sconosciuta dove chiedevano qualcuno che fosse così matto da volersi trasferire lì per insegnare storia in italiano in un liceo pubblico”.

Detto fatto, Virginia si è trasferita a Debrecen, nella Grande Pianura Settentrionale, 200mila abitanti. “All’inizio è stata dura, nonostante i miei colleghi fossero diventati come una seconda famiglia. Freddo, buio, altro che Cuba. A scuola un disastro, gli unici testi di storia in italiano erano fermi al 1989. Mi sono messa a riscriverli io, anche a seconda del livello linguistico delle classi”. Dopo due anni, il trasferimento a Budapest: “Non ero andata via da Verona per fermarmi a Debrecen, anche se è stata un’esperienza utilissima, lì ho conosciuto la vera Ungheria”. L’aria della capitale, più vivace e dinamica, propone a Virginia una nuova sfida: “I primi sei mesi ho insegnato italiano nelle aziende, all’istituto italiano di cultura e all’università calvinista. Lì mi è successa una cosa strana: l’università offriva la possibilità di fare un esame di lingua italiana per ottenere una certificazione in italiano religioso, – racconta ridendo – quindi ho dovuto preparare gli esami cercando materiale religioso, registrando anche i brani per le prove audio in cui io ho fatto la suora e il mio fidanzato il papa…”.

Ora Virginia ha un lavoro stabile presso una grande multinazionale con sedi in tutto il mondo: “Ho trovato questo lavoro tramite un’agenzia interinale. Ho iniziato con il servizio clienti dedicato a Italia e Spagna, per la conoscenza delle lingue. Ora, grazie ad un concorso interno, sono nel team di supporto al centro, mi occupo di efficienza, di progetti: se c’è un’idea nuova per lavorare in modo più veloce cerco di scoprire cos’è, oppure se una procedura è troppo lunga cerco di capire come farla più corta”. La multinazionale per cui lavora Virginia si occupa di chimica, ma in Ungheria non ha centri di produzione, solo assistenza clienti. In un paese dove la vita e il lavoro costano relativamente poco è più facile investire, e non è raro che le aziende si spostino nell’est Europa. “Gli stranieri sono quasi parte del paesaggio, tanti sono. Gli italiani che si spostano qui sono al 90% maschi, e lo fanno per tre ragioni: per investimento, per amore, o perché si fermano dopo l’Erasmus”.

In un paese dove i contratti a tempo indeterminato esistono ancora e il costo della vita è abbordabile, gli stranieri trovano nuove chances: “Il fatto di sapere inglese, spagnolo e italiano qui è un valore aggiunto. Non so come sia per un ungherese, ma per un italiano le possibilità ci sono eccome. Alla fine, l’importante è non avere paura, andare all’estero non è impossibile. E poi, Budapest è lontana da Milano quanto Lecce, quindi…” Lanciarsi, osare, anche senza grossi agganci o garanzie. Virginia coltiva la sua esperienza e progetta nuovi viaggi: “Mi piacerebbe provare a cambiare paese, però non escludo neppure di fermarmi qui, insomma mi piace pensare che la porta sia sempre aperta. Dall’Italia non sono fuggita, non ho neppure provato a cercare lavoro lì, né contemplo di tornarci, almeno per ora. Del resto italiano lo sei per sempre: è un modo di pensare, di fare, che ti porti dentro. Nel frattempo, è bello conoscere qualche altro angolo di mondo”.