Che ne sarà della scuola in carcere in seguito alle riforme in atto? Che cosa ha significato fino a oggi e che funzione svolge tuttora l’istruzione per i detenuti? Quali sono le caratteristiche di questa particolare attività educativa? A queste e tante altre domande si è tentato di dare risposte nel convegno organizzato dal CESP (Centro Studi per la Scuola Pubblica, presieduto dalla prof.ssa Anna Grazia Stammati) nel carcere romano di Rebibbia. Notevole la partecipazione di insegnanti carcerari provenienti da tutta Italia. Di livello anche la presenza di alti dirigenti dei due Ministeri (Istruzione e Giustizia) che nei penitenziari si trovano a condividere gli spazi di intervento. Anche alcuni studenti detenuti hanno fornito la loro testimonianza, con contributi preziosi come quello del paragone tra carcere senza scuola e inferno, che Dante descriveva come luogo in cui il tempo è fisso. Lo studio fornisce a chi frequenta le lezioni l’ampliamento dell’orizzonte temporale, oltre che culturale.

Risale al 1958 la prima legge sulle scuole carcerarie. Nel 1976 veniva istituita la scuola secondaria di secondo grado nei penitenziari. Come spesso accade, bisognava aspettare un altro decennio perché aprissero effettivamente le prime sezioni. E fu proprio a Rebibbia, nella Casa di Reclusione, che si ebbe uno dei primi esperimenti. Oggi in Italia si contano 155 sezioni che hanno attivato corsi scolastici su un totale di 275 strutture di detenzione. Siamo ancora lontani dalla piena attuazione della previsione normativa, volta a garantire il diritto all’istruzione a tutti i cittadini, senza esclusione per chi è privato della libertà.

La finalità della scuola in carcere è soprattutto “trattamentale e rieducativa”: non perché gli insegnanti debbano entrare nell’equipe che decide sulla libertà dei condannati (è bene che ne restino fuori e il loro giudizio non vada oltre gli aspetti didattici, consentendo così di mantenere la cultura in uno spazio aperto e quanto più possibile libero da ipocrisia e simulazioni). Ma la frequentazione delle aule scolastiche è di fatto per i detenuti un’occasione per rivedere criticamente i propri vissuti. Questa “rieducazione alla convivenza civile”…“con azione positive che aiutino a rivedere il proprio percorso di vita” che torna in molte formulazioni normative, costituisce l’essenza dell’istruzione in carcere. E comporta tempi lunghi: 5 anni o anche più se fosse possibile per chi ha pene particolarmente pesanti. Altro che i tre previsti dalla “Riforma della scuola per adulti nelle sezioni carcerarie”. Un difetto di questa, comune a tanti interventi normativi, è di non tener conto e non salvaguardare il patrimonio di pratica ed esperienza di chi lavora in carcere da anni.

Tra questi merita una menzione il professore e scrittore Edoardo Albinati, che dal palco è stato come in altre occasioni particolarmente illuminante. Facendo un parallelo con il teatro e le altre arti performative che in un carcere come Rebibbia trovano sufficiente spazio (è qui che è stato girato il film “Cesare deve morire” con cui i fratelli Taviani hanno vinto l’Orso d’oro al festival di Berlino), Albinati ha proposto la provocazione dell’insegnante come performer, intrattenitore, domatore di classi riottose in cui fare lezione comporta una fatica talvolta anche fisica; ripagata però dall’impressione di una sorta di sipario immaginario che, a fine lezione, chiude tra gli applausi lo spettacolo della cultura. È questa la vera protagonista, di fronte a cui tanto gli studenti quanto l’insegnante si rivolgono con la stessa curiosità e ammirazione. Cambia in quest’ottica anche il senso ultimo delle lezioni, che non sono più e non solo piccoli passi intermedi verso un traguardo finale che è il diploma. Al contrario, soprattutto in situazioni di classi e studenti che cambiano di continuo per le vicissitudini positive e negative della carcerazione, ogni singola lezione si presenta come unica e irripetibile. La scuola di per sé, in ogni disciplina e materia di studio, ha come effetto automatico l’educazione alla legalità, alla bellezza.

La Riforma, così come è stata formulata (come al solito per mere esigenze di bilancio), con il passaggio dei bienni ai CPIA, le riduzioni orarie e di organico con la limitazione di 10 docenti ogni 160 iscritti, rischia di far chiudere la maggior parte delle scuole in carcere. Si vanificherebbero gli sforzi che i docenti hanno fatto fino a oggi e si precluderebbe per sempre anche ai detenuti più meritevoli l’opportunità di uno sbocco alternativo che li distolga dalla commissione di nuovi reati. Un freno alla recidività che è nell’interesse di tutti noi contribuenti.