Avete presente Occupy Wall Street? Ecco: il contrario. È di casa, per così dire, nelle Borse. Muove capitali in bilico tra l’apertura di Tokyo e la chiusura di Parigi – “senza mai speculare sugli stati”, spiega, “ma solo sugli speculatori”. E una parte molto consistente di quello che guadagna lo redistribuisce ai poveri, con l’appoggio e il sostegno dei tre figli. “Non mi privo di niente”, puntualizza, “nemmeno del superfluo, e penso di non fare nulla di straordinario”. Sto parlando di un uomo che ho conosciuto proprio su questo blog.

A fine giugno avevo scritto una nota polemica intitolata Non si vince alla lotteria, d’esser poveri, in cui sostenevo che l’aiuto alle persone in stato di disagio economico deve essere prima di tutto una questione politica: non elemosina, ma diritto di cittadinanza. Mi è arrivata una sua puntualizzazione, molto seria (Non sono un “buon borghese” che cerca di lavarsi la coscienza e guadagnarsi il paradiso, ma se vengo a sapere di un malato di cancro che dorme in macchina da due anni, la prima cosa da fare è dargli una casa, poi curarlo e, se guarirà, cercargli un lavoro”) e anche molto divertente (Sui social network si è arrivati a dipingermi come una specie di Batman in calzamaglia che salta sui tetti delle case popolari con in bocca un libretto di assegni come arma… Se ha mai visto il bellissimo film K-Pax con Kevin Spacey, mi sono sentito come lui: un essere umano che fa cose normali, ma che dai suoi simili viene visto come un alieno…)

Ci siamo incontrati e ho avuto modo di vedere il suo affanno per portare, superando divieti burocratici, dei ventilatori in un campo profughi afghani: decine e decine di persone alloggiate in roulotte a 40 gradi, in pieno agosto, alla periferia di Milano. L’ho visto andare a comprare dei mobili insieme a due anziani coniugi ai quali aveva appena trovato una casa. Cercare macchine e stipulare assicurazioni, fissare visite oncologiche. Arrabbiarsi, rallegrarsi, rattristarsi per vicende di persone di cui si sente responsabile e che sono entrate in una sua costellazione affettiva. E posso dire che tanto normali non sono, le cose fa: non perché non esistano persone che devolvono in beneficenza parte dei loro introiti, ma perché un conto è firmare congrui assegni, e un conto è voler incontrare l’altro, ascoltarlo, accoglierne il bisogno, farsene carico per quel che è possibile. Questa mancanza di sponde mette in crisi un tabù che non viene mai nominato come tale, e che forse proprio per questo è ancora più rigido: la separazione tra ricchezza e povertà, che di norma può essere colmata solo per vie istituzionalizzate, o attraverso la spoliazione dei santi.

Dopo decine di interventi su situazioni incontrate in modo casuale, segnalate perlopiù da giornali e Onlus, in questi giorni è nata un’entità riconoscibile, la Fondazione Condividere, che ha lo scopo di distribuire un fondo sociale per l’emergenza abitativa e il sostegno al reddito in una città dove – come ha mostrato il Rapporto Caritas Milano pubblicato solo due giorni fa – nell’arco di dieci anni i cosiddetti “poveri cronici” sono quadruplicati. La Fondazione si occuperà inoltre della formazione professionale di cittadini extracomunitari e di interventi intesi a garantire il diritto allo studio nei quartieri più disagiati.

Il sito ha una sezione di storie, raccontate senza mai indulgere a sentimentalismo o pietismo; vi appare la realtà, scarna, a togliere questa vicenda dal campo dei buoni sentimenti: la realtà di un uomo che fa chemioterapia in macchina per mesi, ormai divenuto arredo urbano; la realtà di una coppia che finisce a vivere in macchina in un campo alla periferia di Milano, e i vicini che dopo un po’ portano cibo, fornelli, abiti, e informano le istituzioni perché intervengano ad aiutarli; la realtà delle istituzioni che in quel caso effettivamente intervengono, con il risultato che ai due viene portata via la macchina, perché non ha l’assicurazione.

Sulla home page la foto di una folla sfocata, e una scritta: “Spesso chi ha bisogno è proprio accanto a noi”.

Basta non essere ciechi. Basta lasciarsi interpellare.