Una città presa a cannonate, con la popolazione intrappolata che tenta un’incerta fuga. Una città assediata e conquistata. Una città adagiata sulle rive di un lago, ma senza acqua potabile, e senza luce. Una città simbolo di un conflitto e di tutte le guerre che da mezzo secolo insanguinano il continente, africano.

Goma sta vivendo sulla sua carne fatta di lava nera l’ennesima piaga del suo destino. Questa volta sotto forma delle milizie M23 (dalla data di creazione del movimento, il 23 marzo), gruppo di guerriglieri principalmente di etnia tutsi, che l’hanno presa per farne la capitale del loro regno al confine tra la Repubblica democratica del Congo (ex Zaire) e Ruanda. Con parte della popolazione che sta lasciando le case affacciata sul lago Kivu, nascondendosi tra le foreste che coprono le pendici del vulcano Nyiragongo, i miliziani – che annunciano di voler cacciare il presidente congolese Joseph Kabila dalla capitale a migliaia di chilometri da loro – si stanno abbandonando a esecuzioni sommarie e stupri. A riferirlo il contingente delle Nazioni Unite della Monusco, la mastodontica (e costosissima) missione di peacekeeping che da anni dovrebbe tenere a bada le fazioni che si combattono nella più sanguinosa – e nascosta – guerra del pianeta. Un calcolo approssimativo conta 5 milioni di vittime di un conflitto che dal 1997 sale e cala di intensità al ritmo delle compagini guerrigliere – spesso a base etnica – che vogliono impadronirsi della regione nel cuore dei grandi Laghi africani.

Da Goma si è costantemente accesa la scintilla che, propagandosi, ha cambiato le sorti del Congo, in una ripetizione ossessiva e sempre nutrita di sangue, iniziata subito dopo l’indipendenza dal Belgio. Nelle foreste che fanno parte del bacino fluviale del fiume Congo che sfocia nell’Atlantico a Kinshasa, sbarcò con un drappello di armati anche Ernesto “CheGuevara, nel 1965 per il fallimentare tentativo di esportare la rivoluzione cubana e far rivivere l’utopia del rivoluzionario Patrice Lumumba, ucciso dopo aver dato il via all’indipendenza. Il “Che”, il quale avrebbe poi finito la sua parabola ribelle in Bolivia, passò mesi nell’umidità costante della giungla, cercando di organizzare la rivolta, aiutato da un ufficiale di collegamento con i guerriglieri locali che si chiamava Larent Desirée Kabila, (quasi coetaneo del “Che”), più abile a fornire agli stranieri casse di whisky che informazioni e strategie. Eppure Kabila senior è stato in qualche modo capace di imparare la lezione nei decenni successivi e, approfittando dello sfaldamento della trentennale cleptocrazia instaurata nello Zaire da Mobutu Sese Seko, fu capace – partendo proprio dalla regione di Goma – di conquistare il potere a Kinshasa, nel 1997, e di tramandarlo al figlio, nel 2001, e ancora al potere.Nel 1994 il genocidio dei tutsi in Ruanda da parte della maggioranza hutu aveva innescato la fuga di due milioni di profughi che avevano gonfiato Goma di immense tendopoli nelle quali il colera aveva mietuto decine di migliaia di vittime. In quegli anni i fuggiaschi braccati dalle milizie avevano decimato, per combattere la fame, i gorilla di montagna che abitavano le foreste dei vulcani nel parco del Virunga.

Poi il nuovo regime di Kinshasa non era stato in grado di domare le continue ribellioni che si accendevano nelle lontane province orientali. Nella terra di nessuno tra il lago Kivu e i vulcani al confine con Ruanda e Uganda, gruppi militari spesso appoggiati dal regime tutsi instaurato dopo il genocidio in Ruanda, avevano compiuto le loro vendette etniche. Fino a che il dittatore ruandese dal volto gentile e credibile Paul Kagame era riuscito a ottenere il controllo di Goma, crocevia di traffici più o meno legali e soprattutto capitale della regine mineraria ricca di coltan (o tantalio), la polvere metallica usata nella produzione di telefoni cellulari. Goma era fiorita come centro di affari e finanze, piccolo paradiso in stile mafioso protetto dai massacri che si continuavano a compiere nelle foreste attorno. Ma la calma da oasi elvetica non sarebbe durata a lungo. Le milizie di composizione tutsi non sono rimaste a lungo sotto il padrone ruandese e stanno ora ammassandosi a Goma per tentare l’ennesima svolta del destino della città e del Congo: la città sul lago è la chiave di una nazione.