Furbi imbroglioni o ingenui imbrogliati che siano, ci sono alcuni che pensano che il capitalismo neoliberista basato sul predominio del capitale finanziario sia, in generale, cosa buona e giusta, salve alcune varianti degenerate, per motivi non meglio specificati quali probabilmente il clima caldo o il basso livello intellettuale o la genetica indolenza degli abitanti, come succede ad esempio in Grecia, Spagna e Italia e in molti altri luoghi.

A smentire costoro bastano i fatti. Secondo recenti dati del Financial Stability Board, organismo che dovrebbe in qualche modo procedere al controllo e alla disciplina dei flussi finanziari, gli asset gestiti dalla “finanza ombra” sono aumentati di 67mila dollari in un anno (di cui 22 mila miliardi nella zona euro). A chiunque non sia del tutto scemo e/o in malafede risulta evidente il carattere del tutto abnorme di tale bolla speculativa, sganciata da qualsiasi rapporto con l’economia reale e la ricchezza sociale.

Si tratta di una massa enorme di denaro in circolazione che dimostra quanto è chiaro da tempo e cioè che la leva monetaria, che costituisce un elemento essenziale del potere di governo, è sfuggita di mano al pubblico ed è saldamente oggi impugnata dal privato, al di fuori di qualsiasi possibilità di governo democratico. Si tratta di un attentato alla democrazia di gravità pari o superiore ai carri armati nelle strade, dei quali peraltro almeno per il momento non si sente il bisogno (basta qualche poliziotto un po’ spregiudicato).

Il nostro governo è, questo lo si può ammettere, probabilmente il caso più inquietante su scala mondiale di governo perfettamente allineato alle scelte e agli interessi della finanza. Non è quindi lecito stupirsi più di tanto del fatto che Monti provi a demolire  nei fatti la Tobin Tax (che pure porta il nome di quello che fu, secondo i biografi ufficiali, uno dei suoi maestri) ovvero si trasformi in commesso viaggiatore dei beni pubblici in liquidazione, salvo avvisare poco patriotticamente gli eventuali acquirenti che senza di lui al comando non vi sono garanzie di retto comportamento da parte del nostro Paese.

Reagire agli abusi e allo strapotere della finanza internazionale rappresenta l’unica strada seria e possibile per garantire un futuro all’umanità, al pianeta e, più modestamente, al concetto stesso di bene pubblico e di Stato sociale, in Italia come altrove. 

Bisogna pertanto guardare con attenzione e interesse a talune recenti iniziative della magistratura che si stanno dirigendo contro le agenzie di rating, uno degli ingranaggi più delicati e discutibili del sistema finanziario.

Mi riferisco in particola alla decisione con la quale la Corte Federale australiana di Sidney, presieduta dal giudice Jayne Jagot, “ha condannato l’agenzia di rating Standard and Poor’s, a pagare oltre 30 milioni di dollari a tredici municipalità della provincia australiana del New South Wales, che avevano perso il 93% del loro investimento di 16,6 milioni di dollari nei titoli, noti come Rembrandt Notes, emessi da ABN Amro e certificati da Standard and Poor’s come AAA, ovvero di assoluta affidabilità”. O all’analoga iniziativa intrapresa dalla Magistratura di Trani su denuncia di Adusbef e Federconsumatori che si auspica abbia effetto.

Altre iniziative importanti si sviluppano a livello politico, per chiedere moratorie e cancellazioni del debito che, colpendo la finanza internazionale e la speculazione, possono dare respiro ai popoli e agli Stati. 

Da questo punto di vista è da condividere la proposta di Syriza di procedere alla cancellazione del debito greco, analogamente a quanto fu fatto nei confronti della Germania con lo storico accordo di Londra del 1953, che segnò l’avvio della ripresa economica nel Paese ponendo le premesse del successivo boom.

Vanno anche apprezzate le mosse di Paesi latinoamericani, come l’Argentina, che si sono posti sul piede di guerra nei confronti dei “Fondi avvoltoio “(Vulture Funds) e che dovrebbero aprire un contenzioso anche con il Fondo monetario internazionale, per le sue evidenti responsabilità nella dittatura genocida degli anni Settanta e nell’indebitamento culminato con il crack del 2001, come suggerisco in un mio recente saggio che comparirà nella Rivista “Diritti dell’uomo cronache e battaglie”.

Il tema della responsabilità della finanza nella crisi attuale, che presenta varie interessanti sfaccettature, sarà esaminato a fondo dai giuristi democratici che si stanno mu0vendo nella prospettiva di una conferenza internazionale sul tema con la convocazione di un tribunale d’opinione che chiami la finanza a rispondere delle sue responsabilità che sono anche di ordine giuridico.