Il recente, strabiliante, successo di Psy con Gangnam style è un buono spunto per domandarsi, ancora una volta, quali siano i fattori di successo di un video virale.

Anche perché Psy non si è limitato a raggiungere svariati milioni di visualizzazioni su Youtube (e al record di “like” ricevuti), no: il coreano con la faccia da boss malavitoso che ben starebbe in un film di Jackie Chan, ha pure vinto agli Ema (European music awards), come miglior video musicale dell’anno. Già. Ridi e scherza, a Ban Ki Moon è toccata un’esibizione nello stesso palco dei Muse.

C’è da avere bruciori di stomaco. Le ragioni dietro il successo di questo video virale, così come di molti altri, penso ad esempio all’ “unforgettable Pio”, non sono facili da capire (vi avverto, non vale tirare in mezzo la solita storia dell’imbecillità del genere umano, che oltretutto è sempre quella degli “altri”), eppure c’è chi ha provato a trovare delle “ricette” per creare video virali di successo, generatori di un passaparola globale.

 

Secondo quanto riportato da Reelseo.com, per Dan Best, direttore pianificazione di Unruly, la prima delle caratteristiche che un video virale deve avere è quella di “entrare sotto la pelle del pubblico”. Pare un’affermazione alla Barbara d’Urso e in realtà non dice niente di nuovo: trova un argomento che interessi al punto da far venire voglia di parlarne con gli amici. Un “genio”, il dottor Best.

Forbes racconta invece di Brandan Gahan, direttore della parte social media per Mekanism, e della sua formula: “Candy with the medicine”. La prima cosa importante, secondo Gahan, è intrattenere (the candy), mentre il secondo step è la veicolazione di un messaggio (the medicine). Soluzione già sentita, anche questa, e certamente più adatta ai viral videos con scopi commerciali.

Prerna Gupta, Ceo di Khush, semplifica un po’ il tutto, e dà un bel “listino” di elementi funzionali al successo di un video virale. Bisogna puntare, dice, su una soltanto di queste cose: la musica, l’effetto sorpresa, quella che lei chiama “cuteness” (ovvero la grazia: bambini e cuccioli, ad esempio, si sa che da sempre vanno via come il pane), il sense of humor, l’uso di una celebrità (l’amico Psy ce l’ha: una certa Kim-hiun A, del gruppo 4Minutes, famosissima in Sudcorea), oppure le tette.

Si scrive tette, si legge tette. Che poi non è una grande novità: le tette vincono facile e il loro essere un immarcescibile evergreen è rimarcato tutti i giorni, tra gli altri, anche dal social più seguito del momento: le tette su Twitter “funzionano”, ma tanto eh.

Sulla base delle chiavi di successo individuate da Gupta, mi sono divertita a trovare alcuni viral video “di rappresentanza”, più o meno recenti: siori e siore, la carrellata! Vorrei proporvi, ad esempio, questo bel video di Ron Fugelset, che è realizzato con abilità, e che ha certamente “cuteness”

Selezionato nella viral videos week chart” del Guardian, questo “Baby dragon” ha di nuovo un bambino come protagonista ma la “leva”, questa volta, è quella dell’ironia.

L’esempio per la categoria tette va saltato, senza rimpianto (“le tette sul Fatto”, l’apocalisse).

Vale la pena, piuttosto, ricordare la grande presenza di video virali anche nella comunicazione politica, le recenti elezioni americane ne hanno visti succedersi molti, e nell’informazione (a questo proposito “Kony 2012”, di Invisible children, resta il video virale più visto della storia: le vicende e le azioni del criminale di guerra ugandese Joseph Kony raccontate e messe in luce in modo da sensibilizzare e facilitarne l’arresto).

È piuttosto chiaro che non ci sono regole precise da seguire per realizzare un video virale dal successo planetario, anche perché, alle volte, si mette in mezzo il talento, e lì c’è poco da imparare. Questo video di Walter Mey è davvero una case history bella e chiara: sia il video che il “making of” sono diventati, in questo caso, virali e hanno fatto emozionare un mucchio di donne, distanti l’una dall’altra milioni di km.

I hope this gets to you.