Forse non abbiamo mai smesso di citare Pasolini. Di sicuro però negli ultimi giorni i suoi versi sono rimbalzati un po’ ovunque nella rete, sempre utili nella loro attualità. Ma mentre ci vengono in mente tante pagine della nostra letteratura novecentesca quasi premonitrici del presente (e penso almeno a Luciano Bianciardi e al suo «collaboratore esterno» della Vita agra), credo si senta sempre più il bisogno di trovare rappresentazioni contemporanee.

Il teatro, da questo punto di vista, risponde alla sua missione civile e politica originaria, in cui ormai mi pare sia la sua più profonda ragion d’essere, confrontandosi costantemente con i temi della contemporaneità. E che si tratti della serata Wake up, in cui vari autori hanno proposto le loro visioni della Primavera araba, della continua percezione del pericolo di Call me God, o dei numerosi testi sulla crisi economica, la questione è sempre la centralità del presente. Rimanendo nell’ambito italiano, si nota la frequenza di spettacoli dedicati alla piaga sociale del precariato. Se anche può essere considerata fisiologica, perché a fare questo teatro sono spesso i cosiddetti giovani, che il precariato lo vivono sulla propria pelle ogni giorno, la scelta tematica risponde a un bisogno di nuovo dialogo con il pubblico. Potrebbe essere un desiderio di abolire le distanze, seppure molto presenti e ribadite, tra scena e platea, come scrive Simone Nebbia su Teatro e Critica a proposito del convegno Qui&Ora di Scandicci. Direzione in cui si muove anche l’esperienza di Perdutamente, che pensa al teatro come «uno spazio aperto, libero che libera», disposto a molteplici attraversamenti da parte dei cittadini.

Se forse è ancora presto per parlare di una svolta estetica (ma stiamo iniziando a rifletterci) non lo è per notare la ricorrenza tematica di un motivo che si impone in molte scritture. Dalla mia prospettiva sui teatri romani, per esempio, noto una concentrazione che non può essere casuale. Penso in particolare allo spettacolo Dolce attesa… per chi? di Betta Cianchini con Giada Prandi e Cristiana Vaccaro per la regia di Marco Maltauro, che porta in scena (fino al 25 novembre alla Fonderia delle arti) le difficoltà di fare un figlio nella nostra epoca, tra contratti a progetto e cervelli in fuga, in una società in cui ci si può riprodurre solo se si hanno dei nonni a disposizione. Negli stessi giorni (e fino 9 dicembre) al Teatro dell’Orologio, si può vedere Federica Festa nei panni della professoressa Spinelli, precaria di Lettere da venticinque anni, che in Dopo la ricreazione…l’ora d’italiano (premio Vittorio Mezzogiorno) interpreta, non senza ironia, le frustrazioni di tanti dei trecentomila aspiranti al prossimo concorso nazionale. La dedica a Carmine Cerbera, l’insegnante precario che si è suicidato nei giorni scorsi, rafforza la sensazione dell’urgenza del tema, che in nessun modo può essere considerato un pretesto.

Un teatro per lottare e sopravvivere, come quello dell’«attore-soldato» interpretato da Franco Branciaroli in Servo di scena. Ma è anche il tentativo «di stabilire un rapporto rivoluzionario tra l’arte e la vita», per usare le parole di Gian Maria Volontè, non a caso scelto come icona dal nuovo impegno teatrale. Al grande interprete di Sacco e Vanzetti e della Classe operaia va in paradiso è stato offerto un singolare omaggio, con Io sto con Volontè, tre giorni di cinema e teatro itinerante (Nuovo Cinema PalazzoKataklismaAffabulazione), per ricordare e ripensare all’esempio di arte e coscienza civile. Organizzata da Alessandra Magrini, Attricecontro, che lega la sua ricerca teatrale all’impegno politico, la rassegna si è articolata in proiezioni di film, dibattiti (tra cui quello sulla scena indipendente e le sue prospettive), concerti e vere e proprie incursioni teatrali.

Come quella di Antonio Carletti, che con il suo Tra poco è Natale ha portato in scena la strage di piazza Fontana e la morte dell’anarchico Pinelli. O ancora l’Aldo Morto di Daniele Timpano, in dialogo virtuale con il Volontè interprete del Caso Moro. Ed è in scritture come queste che si inizia a registrare un cambiamento estetico e di codici, linguaggi, modi. Una nuova percezione del tempo e dello spazio e delle coordinate della drammaturgia, che sto indagando con un’inchiesta, i cui primi risultati verranno pubblicati a breve.