Il 14 novembre scorso al teatro del Carignano,è stato rappresentato in prima nazionale lo spettacolo dello scrittore francese Daniel Pennac “Il sesto continente”. La storia racconta di una famiglia che comincia come piccola impresa fino a diventare una grande industria che produce carta da imballaggi, poi plastica e, alla fine, ogni cosa che noi usiamo quotidianamente. Ma dove finiscono tutte queste cose? Noi le buttiamo via, facendole scomparire dalla nostra vista, ma un giorno riemergeranno nel sesto Continente che dà, per l’appunto il titolo allo spettacolo.

In realtà il sesto continente è una drammatica realtà, quella dell’oceano trasformato nella discarica più grande del mondo. È definito il sesto continente perché parliamo di 2500 Km di diametro e 100.000 tonnellate di rifiuti, suddiviso in due “isole” che si concentrano nei pressi del Giappone e a ovest delle Hawaii, formando un vero e proprio continente delle dimensioni del Canada. E’ il più grave atto d’inquinamento che la storia marina e forse umana abbia generato.

Ma come si è creato questo “Continente” chiamato anche Pacific Trash Vortex? Il tutto nasce dalla presenza in quella zona di una corrente oceanica a spirale, la North Pacific Subtropical Gyre, che risucchia rifiuti e rottami dalle coste e dai fondali accumulandoli al centro del vortice. Fisicamente il fenomeno si produce perché in quella zona di oceano l’acqua circola più lentamente per l’assenza di vento che, unitamente ad una pressione atmosferica molto alta, blocca il tutto come un enorme tappo.

Anche se non ci sono dati certi è presumibile che “il continente” si sia formato tra gli anni cinquanta e gli anni ottanta ed costituto per circa l’80% da plastica che, poco biodegradabile, si è andata frantumando nel corso del tempo riducendosi in briciole minuscole che sono entrate nella catena alimentare dei pesci e dei molluschi. Va però detto che uno studio, pubblicato nel 2008 e durato 22 anni, sembra indicare che il contenuto di questa discarica oceanica non sia cresciuta in modo significativo negli ultimi anni, nonostante lo sviluppo della produzione e dello smaltimento delle plastiche. Anche se i motivi non sono chiari si ipotizza, nello scenario migliore, che questo derivi da una maggiore attenzione nello smaltimento, oppure, ed il caso più pericoloso, che il materiale sia stato trasportato altrove e non sia stato ancora individuato.

Il risultato è una gigantesca torta avvelenata che stiamo lasciando alle generazioni future. Come ho già avuto modo di dire, anche in questo caso oltre a quello che dobbiamo chiedere ai governi è ancora più importante quello che possiamo fare noi, ogni giorno: ridurre al minimo gli imballaggi, riutilizzare riciclare. La cosiddetta strategia delle “3R”, i cui principi fondamentali sono contenuti nella direttiva europea sull’imballaggio e sui rifiuti da imballaggio (Dir 94/62/CE) appunto: R come Risparmio, R come Riuso, R come Riutilizzo.

Pretendiamo dalle aziende la riduzione del peso dei contenitori, l’eliminazione dei sovra-imballi, l’utilizzo di materiali riciclati o facilmente riciclabili. Chiediamo che rendano disponibili prodotti sfusi o ricariche, prodotti più sostenibili, ma coerentemente iniziamo anche noi a premiare chi fa queste scelte, altrimenti il sesto continente rimarrà una bella commedia teatrale.

PS: Dal 17 al 24 novembre è in corso la settimana europea dei rifiuti. Può essere un’occasione per fare qualcosa.