L’ostacolo che Rosario Crocetta, nuovo governatore della Sicilia, deve scavalcare lo chiameremo “sicilian cliff”.

Senza ironia, Crocetta deve proprio fare, da atleta della politica, un balzo su quel precipizio siciliano scavato dai suoi predecessori e non c’è alcun sarcasmo nel definirlo così. E’ un’impresa degna di un capo di Stato. Chi la compie deve avere un briciolo di lucida follia. A due longitudini e a livelli molto diversi, solo Obama o Samaras possono capire lo sforzo che Crocetta ha davanti: 18 miliardi di buco da colmare, come il debito greco, il 4 per cento del fiscal cliff il burrone fiscale che i 300 milioni di americani hanno davanti se Obama non si muove bene.

Ma nel caso – più modesto e marginale per le sorti del mondo – di Crocetta, il problema è che quando farà i conti, la giunta regionale siciliana potrebbe scoprire che le cifre ereditate da Raffaele Lombardo sono fasulle. I conti alla Regione siciliana puzzano di finto da chilometri, se no non si spiega come sia possibile che il debito dichiarato, tra la fine del governo Lombardo e la vigilia dell’elezione di Crocetta, sia lievitato da 6 a 18 miliardi. E perché 18 anziché 36 o 54?

Come Crocetta intenda superare quel baratro e con quali strumenti possa vederci dentro per misurarlo, non è ancora chiaro. Gli toccherà guardare molto bene dentro ciascun assessorato, azienda regionale, partecipate e così via in quel labirinto di poteri, burocrazie e interessi che è la Regione siciliana.

Tutti sperano che sia all’altezza del compito: i dirigenti del Pd che lo hanno candidato, il centro di Casini che lo ha sostenuto. Lo spera Monti che, finché sta a palazzo Chigi, guarda con preoccupazione a quella voragine di bilancio nelle casse della regione più estesa d’Italia. Lo sperano i 5 milioni di cittadini siciliani. Perché se no, la barca può affondare e trascinarsi dietro anche il continente.

Come può farcela? Finora Crocetta ha navigato a vista e cercato di scansare ostacoli. Abbatte sprechi (e inizia simbolicamente dal pletorico ufficio stampa di 21 caporedattori), ma tutti lo aspettano al varco che a Palazzo dei Normanni di Palermo si annida a ogni angolo e a ogni corridoio burocratico. Non basterà, se non per strappare un titolo acido sui giornali, quel ritaglio-stampa.

Cosa ha fatto finora? Ha scelto quattro assessori: Lucia Borsellino (sanità, in continuità con il precedessore ed ex magistrato Massimo Russo); Franco Battiato (“centro di gravità”, più che vero assessore ai Grandi eventi culturali); Linda Vancheri (attività produttive, ex collaboratrice di Marco Venturi, con Ivan Lo Bello pioniere nelle battaglie antiracket in seno a Sicindustria e già assessore di Lombardo) e Nicolò Marino, magistrato antimafia serio e di valore (energia, già acqua e rifiuti, settore che scotta). Tutte ottime scelte e una scelta di immagine senza equivoci. Ma Crocetta è andato oltre, rispetto a buone scelte di immagine?

Il nuovo governatore ha messo alcuni paletti – finora rispettati, nonostante resistenze dei partiti – nella scelta dei suoi assessori. Eccole.

Prima regola: siano persone senza macchia (perfino l’ex segretario regionale Cisl, eurodeputato Luigi Cocilovo, fortemente voluto dall’Udc, non può per una vecchia indagine poi prescritta).

Seconda regola: non debbono essere deputati regionali (troppo esigua la maggioranza in Assemblea regionale, troppo lavoro da fare, impossibile fare l’assessore e il “deputato” – lì si chiamano così – insieme). Giusto. Tutti i suoi alleati, dal Pd all’Udc, accampavano per i loro dirigenti pretese su assessorati importanti, dal Bilancio in giù ma Crocetta con questa regola li ha spiazzati. Vediamo a chi darà il potentissimo Bilancio.

Terza regola: non siano tecnici ma intellettuali.

Bene. Ma Crocetta ricordi intanto che la sua difesa è la libertà di dire la verità. La dica sempre, anche quando è scomoda. Medi poco con i poteri locali (spieghi ad esempio, la sua relazione con l’editore-imprenditore Mario Ciancio Sanfilippo, vecchio potente buono per tutte, nessuna esclusa, le stagioni).

E non dimentichi che è nella stessa condizione di quello che compra un’auto usata da un concessionario nel deserto. Si è fidato di quelli che gliel’hanno venduta e affidata. Ma non sa ancora cosa c’è dentro, come funziona, se riuscirà ad accendere il motore per raggiungere l’oasi più vicina.