Un aumento di capitale di Fiat tra 1,6 e i 2,9 miliardi di euro per rilevare la quota di Chrysler ancora in mano a Veba, il fondo sanitario dei lavoratori del costruttore americano. L’ipotesi lanciata dagli analisti di Ubs, che hanno tagliato da buy a neutral il titolo del Lingotto e abbassato il target price da 5,7 a 3,5 euro, ha mandato al tappeto la casa di Torino a Piazza Affari, con il titolo che ha chiuso in calo del 4,99% a 3,31 euro.

Secondo la banca svizzera, scettica sulla decisione di Fiat di non chiudere stabilimenti in Europa, il Lingotto “dovrebbe lanciare un aumento di capitale” per finanziare l’incremento della sua quota in Chrysler, attualmente al 58,5 per cento. Tra la Fiat e Veba è infatti in corso una disputa legale sul valore di Chrysler. Dall’offerta di 140 milioni di dollari da parte del gruppo di Sergio Marchionne per rilevare un’ulteriore 3,3% della casa americana, per il quale la richiesta di Veba è di 342 milioni, emerge che il Lingotto valuta l’intera Chrysler 4,4 miliardi di dollari a fronte dei 10,4 miliardi impliciti nelle stime del fondo dei lavoratori Usa.

Senonchè Veba ha, per Ubs, un asso nella manica: la possibilità di chiedere la quotazione di Chrysler l’anno prossimo, avvicinando il valore che potrà pretendere da Fiat al “fair value” di Chrysler, stimato in 9 miliardi dagli analisti (3,7 miliardi di dollari per il 41,5% di Veba, pari a 2,9 miliardi di euro). In tal caso, le divergenze sulla formula con cui calcolare il valore della quota in mano al fondo sanitario verrebbero superate e Veba potrebbe pretendere da Fiat un prezzo maggiore di quello attualmente offerto dagli italiani.

Uno scenario, questo, che “potrebbe innescare trattative” e spingere le parti a un accordo transattivo. E che, secondo Ubs, dovrebbe suggerire a Fiat il lancio di un aumento di capitale tra gli 1,6 e i 2,9 miliardi di euro per finanziare l’acquisto di una quota tra il 24,9% e il 41,5% di Chrysler, così da accelerare l’integrazione tra i due gruppi ed evitare l’Ipo di Chrysler.

La quotazione, secondo Ubs, avrebbe infatti effetti negativi sulla valutazione della Fiat in borsa. “Cristallizzerebbe gli interessi delle minoranze e potrebbe complicare una fusione” oltre a creare una struttura simile a quella del gruppo Nissan-Renault, con appesantimenti legati alla “doppia quotazione” di Fiat e Chrysler e “un limitato accesso alla liquidità” del gruppo americano. Scettica Ubs anche sul piano di Marchionne di utilizzare gli impianti europei per produrre auto destinate all’export: anche “con una perfetta esecuzione del piano” e la ripresa della domanda di veicoli in Europa a quota 14 milioni, resterebbe una sovracapacità equivalente a 500mila veicoli. Per questo Ubs “ritiene che il management ridurrà ulteriormente la capacità in Europa”.

Intanto dalla provincia di Torino si apprende che dallo scorso settembre Volkswagen ha trasferito parte dell’ufficio acquisti italiano e tedesco da Verona a Moncalieri, nella sede dell’Italdesign. Lo ha reso noto Fabrizio Giugiaro, vicepresidente dell’Italdesign, a margine della presentazione di un prodotto di design realizzato per Cuki. “Abbiamo già avuto risultati straordinari – ha detto Giugiaro – sia per noi, sia per il territorio”. La decisione di attuare il trasferimento ha fatto seguito ad un incontro svoltosi a maggio all’Italdesign tra il Gruppo tedesco e i fornitori piemontesi.

Mentre sul fronte Fiat per domani è prevista la prima assemblea sindacale in fabbrica, per i 2146 lavoratori della newco di Pomigliano d’Arco, che incontreranno i segretari territoriali di Fim, Uilm, Fismic e Ugl. Intanto si avvicina la data entro la quale Fabbrica Italia Pomigliano dovrà assumere i primi 19 operai iscritti alla Fiom, per ottemperare all’ordinanza della Corte d’Appello di Roma, che ha rigettato il ricorso di Fiat, ed accolto le motivazioni del sindacato sulla discriminazione nelle assunzioni nella newco. Entro il 28 novembre, infatti, i 19 ricorrenti della Fiom, che saranno i primi dei 145 lavoratori del sindacato a dover entrare in Fabbrica Italia Pomigliano, così come disposto dal Tribunale di Roma lo scorso giugno (e confermato dalla Corte d’Appello), dovranno firmare il contratto con la newco, dimettendosi dalla Fiat group automobiles.

Nessuno, però, tra i 19 lavoratori, è stato ancora contattato dall’azienda per il corso di formazione che gli consentirà di cominciare la produzione nei reparti, nè per firmare il contratto, che consentirà loro di rientrare in fabbrica il 10 dicembre prossimo. Dal 26 novembre, infatti, i lavoratori della newco saranno fermi per due settimane di cassa integrazione disposte dall’azienda per la crisi di mercato.

Nuova cassa integrazione, infine, a Melfi. La produzione dell’impianto, infatti, verrà fermata per più di 20 giorni tra dicembre e gennaio. Sono 5.000 i lavoratori che andranno in cig e attualmente impegnati nella produzione della Punto. Lo stop è previsto il 17 dicembre e poi dal 21 dicembre al 13 gennaio. La decisione è stata presa “considerata la debolezza del mercato europeo dell’auto”.