Una sotterranea guerra industriale a colpi di gossip, tali da fare arrossire il direttore del più audace tabloid scandalistico. Questo temono i vertici della Faac. Così, in attesa della prossima udienza davanti a un giudice, che potrebbe addirittura portare al sequestro dell’azienda, i dirigenti del colosso mondiale dei cancelli automatici, passano al contrattacco e mandano i propri legali a difendere lo storico marchio in tribunale, dove a fine novembre se ne deciderà il futuro.

La multinazionale con sede a Zola Predosa, alle porte di Bologna, da marzo 2012 è entrata nel possesso (per il 66 %) della Arcidiocesi del capoluogo emiliano. Il tutto dopo la morte di Michelangelo Manini, il suo fondatore scomparso prematuramente dopo una lunga malattia. Dopo il lutto, un testamento redatto nel 1998 aveva portato la Chiesa bolognese a vantare la proprietà unica di tutta l’eredità del defunto. Un patrimonio da 1,7 miliardi di euro tra cui proprio la maggioranza della fabbrica di sistemi automatici.

Ma dopo alcuni mesi, e dopo addirittura la visita in fabbrica del cardinale Carlo Caffarra, ecco arrivare la carica dei pretendenti alla ricca eredità. In primis c’erano i parenti di Manini, che hanno contestato la veridicità del testamento datato 1998 con cui il loro caro lasciava tutto in mano alla Curia. Poi in estate la comparsa di un altro pretendente, il dentista del manager scomparso, Lucio Corneti, che a luglio presentò un testamento che Manini gli avrebbe lasciato scritto su un banale foglio di carta: un modulo per il consenso del trattamento dei dati. Poche parole attribuite all’industriale, che nominavano l’odontoiatra “erede universale”. Parole che sono però a loro volta finite davanti ai magistrati della Procura di Modena che hanno indagato i dentista per falso.

Poi a ottobre il colpo di scena degno delle migliori telenovelas. Una delle parenti di Michelangelo Manini, sua cugina Mariangela, esce allo scoperto con una rivelazione clamorosa: “In realtà sono la sorella di Michelangelo, non la cugina. Mia madre è scomparsa da tempo. Prima di morire – spiega la cugina-sorella – mi ha confessato di aver avuto rapporti intimi con Giuseppe Manini quando era già sposata con mio padre. Giuseppe era un donnaiolo impenitente, sapeva benissimo che ero sua figlia, ma preferì gestire la cosa in silenzio”.

Spieghiamo l’intrigo familiare: le sorelle Gabriella e Rina Rimondi sposarono i cugini Giuseppe e Silvano Manini e le due coppie vissero per molti anni nella stessa casa. Dal matrimonio tra Gabriella e Giuseppe nacque Michelangelo, dall’altra unione nacque Mariangela, che ora però dice di essere figlia di Giuseppe e per questo di essere titolare di quella eredità.

Tra uno scoop e l’altro i parenti sono andati al concreto, in tribunale, e ora si attende l’udienza del prossimo 28 novembre quando il giudice potrebbe addirittura decidere per il sequestro (una prima decisione in questo senso è stata impugnata dalla Curia) di tutti i beni di Manini e la loro consegna a un custode.

Ora, alla vigilia di quella udienza i vertici della Faac passano al contrattacco. “Nell’istanza – spiega Andrea Moschetti, presidente di Faac designato con l’arrivo della Curia – si richiede il sequestro dell’intera azienda con l’azzeramento del consiglio di amministrazione e l’allontanamento dell’attuale management”. Quale sia il timore lo spiega bene l’edizione di domenica del quotidiano economico Il Sole 24 ore: “Il dubbio del management di Faac è che dietro le azioni di alcuni eredi ci sia la regia di altri soggetti interessati solo all’azienda e non al resto dell’eredità”.  

Gli avvocati dell’azienda presenteranno quindi un intervento volontario: un atto previsto dal codice di procedura civile secondo cui “ciascuno (in questo caso Faac, n.d.r.) può intervenire in un processo tra altre persone (in questo caso tra Curia e parenti, ndr) per far valere, in confronto di tutte le parti o di alcune di esse, un diritto relativo all’oggetto o dipendente dal titolo dedotto nel processo medesimo”. La concorrenza mondiale starà a vedere. E staranno a vedere anche i 1.430 dipendenti, che tra uno scandalo e l’altro produrranno un fatturato di 280 milioni di euro.