Al 22° vertice Iberoamaericano, le parole del re Juan Carlos sono risuonate come un appello. “L’America latina fa progressi – ha detto rivolgendosi ai 16 capi di Stato e di governo riuniti a Cadice, in Andalusia, – ma da questa parte dell’Atlantico facciamo i conti con una situazione difficile. Il nostro sguardo è rivolto a voi. Abbiamo bisogno di più latinoamerica”.

Quella Spagna che si fregiava di essere un modello di democrazia e un miracolo economico non esiste più: il vecchio continente guarda con invidia il Sudamerica, che cresce quasi del 4% l’anno. L’equilibrio tra la parte iberica e quella americana sta cambiando a favore di quest’ultima, e oggi è l’America latina ad attraversare l’oceano per difendere le strapazzate economie di Spagna e Portogallo. La ex colonia si presenta non solo come meta di investimenti per i vecchi conquistadores, ma anche come centro di capitali da muovere in soccorso degli europei.

Questa volta il dibattito si è concentrato proprio sull’Eurozona. I latinoamericani non sono d’accordo con le ricette “lacrime e sangue” imposte da Bruxelles. Misure che, durante la crisi negli anni Ottanta, hanno già sperimentato in negativo. La stessa Dilma Rousseff, la lady di ferro di Brasilia che si è trattenuta a Madrid per un vertice bilaterale alla Moncloa, a ogni G20 sembra chiederne ragione alla cancelliera tedesca Angela Merkel. E in un’intervista rilasciata a El Mundo ha spiegato: “L’Europa sta attraversando qualcosa che abbiamo già conosciuto. C’è una crisi fiscale, una crisi di competitività e una crisi bancaria. E le misure che si stanno applicano porteranno a una recessione peggiore. Senza investimenti sarà impossibile uscire dalla crisi”.

Così il governo spagnolo, dimentico degli ultimi 40 miliardi di euro tagliati in sanità e istruzione, ha sottoscritto la Dichiarazione di Cadice che punta su “politiche anticicliche” per favorire le attività economiche: le ex colonie offrono affari d’oro alle imprese iberiche nei loro ambiziosi piani d’infrastrutture, danno opportunità ai giovani spagnoli condannati alla disoccupazione e mettono sul piatto un ponte verso i mercati asiatici con l’Alleanza del Pacifico. All’appuntamento di Cadice però si è parlato anche di piccole e medie imprese, le pymes, bisognose di nuovi mercati per far fronte alla caduta della domanda locale e europea. In Spagna sono più di 3 milioni, quasi l’80% lavorano nel terziario, e una su quattro vuole fare affari con il Sudamerica. Per la precisione con il Brasile, la sesta economia più forte al mondo, e i Paesi dell’Alleanza del Pacifico (Messico, Colombia, Cile e Perú) che hanno aumentato le loro esportazioni in Asia del 30%, negli ultimi dieci anni.

Cadice lascia sul tavolo 420 milioni di dollari della Banca Interamericana per lo Sviluppo (Bid) per incoraggiare il commercio. La Corporazione andina di sviluppo (Caf) appoggerà le pymes con una prestito tra 200 e 300 milioni di dollari, attraverso l’Istituto di credito ufficiale e aumenterà fino a un miliardo gli aiuti alla banca. “Almeno così dicono”, spiega José María Gay de Liébana, professore di economia all’Università di Barcellona. L’economista catalano, lo stesso che ha definito la Spagna il Paese de los chorizos (dei salami ndr), non crede alla buona fede dell’incontro di Cadice. “Il vertice serviva ad altro: parlare delle recenti espropriazioni in Argentina e Bolivia. Ma proprio quei Paesi non si sono presentati”. Il punto, secondo Gay de Liébana, è capire se gli spagnoli e i latinoamericani siano davvero buoni amici. C’è di più. “Non so se il Sudamerica ha davvero il potere di investire. Bisognerà aspettare ancora parecchi anni”. Se la Spagna però non è il miglior Paese per scommettere è anche colpa di quello che si è fatto. “La classe politica è impreparata. Aumentare le tasse e l’Iva ha stritolato la piccola e media impresa già sofferente. Non è così che possiamo uscire fuori dalla crisi – ribadisce il professore –. Ci vuole stabilità. Ma soprattutto un taglio netto alla spesa pubblica, pari al 46% del nostro Pil”.