Voglio portare un modesto contributo alla discussione che si sta sviluppando in questi giorni in merito alle violenze perpetrate dalla polizia contro studenti e lavoratori inermi.

Voglio e posso portare un modesto contributo grazie anche all’esperienza vissuta con il Movimento No Tav, soprattutto il 27 giugno del 2011, quando vi fu l’occupazione manu militari della libera repubblica della Maddalena.

Quella mattina, quando la battaglia si concluse, in mezzo alla nebbia dei lacrimogeni mi apparve tra le lacrime uno schieramento di poliziotti non riconoscibili l’uno dall’altro, se non fosse stato per la diversa corporatura. Tutti bardati da capo a piedi, novelli robocop, con il casco e la visiera tirata giù. Fieri di fare il proprio mestiere e di aver portato a termine la propria missione.

Probabilmente qualcuno di questi robocop avrebbe poi lanciato i lacrimogeni ad altezza d’uomo il giorno del 3 luglio, oppure avrebbe trascinato a e preso a calci un manifestante, come testimoniato dai video.

Ma chi può dirlo? Chi può dirlo, visto che questi poliziotti (un mio collega amabilmente li definisce “sbirraglia”) sono tutti uguali l’uno all’altro nelle loro divise, e soprattutto non hanno un codice identificativo od un distintivo con nome e cognome che li renda riconoscibili?

La polizia oggi molti di noi la avvertono come un corpo che difende sì, lo Stato, ma non lo Stato cui ciascun cittadino appartiene e quindi noi apparteniamo, ma lo Stato come entità altra, diversa. Di là c’è lo Stato con la polizia che lo difende, di qua ci siamo noi. E la frattura tende a diventare insanabile. Altra piccola esperienza personale. Un giorno andando in tribunale per un importante processo contro i No Tav, c’era un folto gruppo di poliziotti schierati all’entrata del Palazzo di Giustizia. Erano in assetto anti-sommossa, ma questa volta senza caschi né visiere. Avevano quasi tutti i capelli rasati, magari un filo di barba ben curata ed i Ray Ban addosso: gli mancava solo l’Electra Glide parcheggiata lì davanti. Si vedeva, lo si capiva che avevano voglia di menar le mani, e, devo ammetterlo, mi facevano paura. Ecco, loro erano la difesa dell’altro.

Ora che i tempi si fanno sempre più duri, la frattura è e sarà sempre più evidente. Con loro, i poliziotti a difendere il potere costituito (magari neanche eletto dalla popolazione) e dall’altra parte i giovani, i senza lavoro, i precari e massì anche i famosi anarco-insurrezionalisti, che ci sono pure loro. Da una parte loro, pronti a picchiare, consci dell’impunità, senza codice identificativo e garantiti dall’omertà dei compagni. Dall’altra parte quelli che non ne possono più, e che invece sono facilmente riconoscibili se lanciano un uovo od inneggiano alla protesta. Non è un caso che oggi presso la Procura della Repubblica di Torino non ci risulti un procedimento penale pendente contro la polizia, nemmeno per i famosi fatti di Venaus della notte del 6 dicembre 2005.

Difficile, molto difficile che in questa situazione lo Stato (altro) decida di dotare i propri difensori di un sistema di riconoscimento.